Casting – Appunti per giovani filmaker disperati

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Stai per girare il tuo cortometraggio. Forse è il tuo primo o forse ne hai già girato qualcuno. La tua ex ha visto i tuoi primi lavori e questo è il motivo per cui è la tua ex. Eppure la voglia di girare un film ti tormenta giorno e notte e non vedi l’ora di esprimere finalmente te stesso in un cortometraggio che darà il La alla tua folgorante carriera.

Hai lavorato tanto per trovare la sceneggiatura giusta per te. Hai avuto un’idea luminosa in una sera d’estate. Dio ti ha baciato con un’intuizione e tu hai convinto qualche amico sceneggiatore a metterla giù.  Nel corso del lavoro Dio ha baciato anche il tuo amico e quindi la storia si è modificata più volte, di rivelazione in rivelazione. E adesso la tua storia d’amore con eroe introverso è diventata un thriller metafisico con finale aperto. Hai affrontato lunghe ed estenuanti discussioni notturne per dissuadere il tuo sceneggiatore ma adesso ne sei convinto anche tu: la storia dell’uovo che diventa sodo in tempo reale, quei 4 minuti di zenitale sul pentolino che ribolle, danno al tuo film quei momenti di noia cosmica che ti garantiscono la vittoria a mani basse in più Festival dei Corti nazionali.

Per essere sicuro del premio, dedicherai il tuo film ad Abdul. Lo so, non conosci nessun Abdul, come ha provato a farti notare il tuo sceneggiatore. Ma tu lo dedicherai a tutti gli Abdul del mondo. E’ un po’ una favola, un po’ simbolico, un po’ provocatorio. Tu dì così che funziona.

Ma oggi sei lì. Devi trovare l’attore. Devi fare il Casting.

Non hai soldi quindi si presentano un sacco di giovani entusiasti. Dopo qualche provino cominci a sospettare che l’entusiasmo sia una meravigliosa qualità ma che non sia del tutto pertinente alla recitazione. E ti ritrovi in mezzo al guado: l’attore che sognavi non si è presentato. Forse non esiste. Forse somiglia a qualche star italiana o straniera, in ogni caso nessuno di quelli che gravitano nel tuo orizzonte somiglia vagamente a Sean Penn. E qui cominciano i dolori. Perché qui comincia l’infelicità.

E il cinema, per me, si fa con la felicità. La felicità non esclude la rabbia, non esclude il dolore, non esclude la tristezza. Non si tratta necessariamente di storie felici ma della felicità di raccontare storie. Il punto è che la situazione produttiva non ti consente di fare quel che avevi in mente. Quindi adesso il discorso si sposta sull’importanza di quel che avevi in mente così come ce lo avevi in mente.

Non c’è mai nessuna negatività nelle situazioni come si presentano. La negatività è data dal confronto tra la situazione che abbiamo e quella che sognavamo. Questo confronto ci impedisce di entrare in relazione con le cose come stanno con libertà. Ci spinge a rimuginare, a rimpiangere, a recriminare, a protestare. Invece fare un film è danzare. Danzare con gli incontri che si fanno. A 360 gradi. La tristezza non nasce dal fatto che non hai le luci che volevi, ma dal fatto che non ti poni l’unica domanda sensata per un filmmaker che lavora senza produzione: in che modo la mia storia, in che modo il dramma che voglio raccontare, in che modo il tema profondo della mia scena possono vivere e brillare in questo spazio che è fatto così, in questo tempo che c’è oggi, con questa attrice che ha questo naso, questa voce, questo talento e questi difetti?

Fare un film è scoprire cosa accade mentre incontriamo la vita. Lavorare poveri, senza produttori, senza troupe, senza distributori, senza le mille infrastrutture che un film vero e proprio per forza di cose richiede, ti spalanca una dimensione paurosamente libera. Sei tu. Povero in canna. Di fronte alla vita che vuoi raccontare. Semplicemente fallo. Come una festa.  Quindi come puoi approcciare un attore al tuo Casting?

Incontralo. Veramente. Incontralo come essere umano. Quando entra alzati, stringigli la mano, sorridi. Viene quasi gratis e tu non sei nessuno. Come dici? Sei già un po’ famoso? Ecco allora se sei un po’ famoso e quando entra un attore non ti alzi, ti confermo che non sei nessuno. Può essere il peggior malintenzionato del pianeta, ma in questo momento gli devi riconoscenza. Lo so, una marea di registi famosi e meno famosi non si alzano, rimangono seduti là dietro la loro scrivania. Spesso prendono qualche appunto o scrivono al cellulare mentre qualcuno prende le generalità dell’attore. Troverai chi ti dirà che devi farti rispettare e che non devi dare confidenza agli attori. Ma come tu ti comporti, così il tuo set diventa. Stai là dietro e giudichi? Ok, sarà una scuola o un tribunale. Ti alzi, saluti e sorridi? Sarà una famiglia, o un gruppo di lavoro, o un’amicizia. Il posto parla come parli tu.

Ascoltalo. Veramente. Ascoltalo nelle cose che dice e in quelle che non dice. Dirà delle parole per presentarsi, ma dietro alle parole c’è la persona che le dice. Negli occhi, nelle piccole cose che fa con le mani mentre parla con te. E poi ascoltalo come attore. Mentre recita. Questo è fondamentale. Ho visto troppi filmaker che non ascoltano davvero l’acting di un attore. Non osservarlo per vedere se e quanto coincide o si discosta dalle tue indicazioni. Ascolta il suo modo di capire la storia e il suo personaggio. E’ come per le location: può la tua storia vivere attraverso il suo corpo, la sua voce e le sue emozioni? Forse sì, ma quasi sempre a determinate condizioni. Se confronti quel che hai con quel che volevi lo chiamerai compromesso. Se ti apri a quel che incontri lo chiamerai sorpresa.

Aiutalo. Veramente. Lo so, anche questa cosa sarebbe ritenuta una follia presso le nostre produzioni di punta. Mi cacceranno dalle scuole in cui insegno per quello che sto per dire, ma aiutare un attore non significa aiutarlo a fare quel che vorresti che facesse. Significa aiutarlo a entrare nella sua relazione libera e profonda, autentica, con il testo. Perché tu non metti in scena il tuo film. Tu sei solo un filmaker e il filmaker organizza relazioni secondo uno sguardo. La tua regia è tutta lì. E’ solo uno sguardo. Ma tutto è uno sguardo, quindi capisci? La tua regia è tutto. Perciò l’attore migliore non è quello che somiglia a un’idea precostituita che avevi – magari sublime – ma quello che la rompe, perché è vero, perché accade lì. Cerchi o no la scintilla? E allora sappilo: qualunque scintilla nasce da un attrito.

Ringrazialo. Veramente. Ho visto troppi filmaker giovanissimi non salutare, non ringraziare, non stringere la mano, non alzarsi nemmeno in piedi quando un attore va via. Facciamo due conti su che cosa fa un attore? Un attore dà la vita – la sua – a un personaggio di parole inchiostrate. Con più o meno talento, con più o meno esperienza, dà la vita ai tuoi sogni. Il senso di quel che avviene è tale che indipendentemente dal tuo gradimento per lui ti devi alzare in piedi e lo devi ringraziare col cuore. Non è facile stare sotto quei fari con la videocamera che ci punta. E poi ringrazialo perché anche se la sua versione non ti è piaciuta, ti ha offerto un’altra versione oltre la tua. Ti ha lasciato un contributo per guardare con occhi nuovi. Se non dai valore tu al punto di vista, chi lo deve dare?

Devo scusarmi con te, caro filmaker. Perché non ti ho detto nessuna delle cose davvero essenziali. Che cos’è un’indicazione. Come darla. Quando darla. Ma ne so poco anch’io. Nel frattempo sono certo che avrai trovato il tuo attore. La zenitale è pronta. Quattro minuti a picco sopra il pentolino. L’uovo è diventato sodo. Mangialo in pace. E inizia a risparmiare: devi ricomprare l’ottica che si è fusa sul fornello. In bocca al lupo sempre.

 

La storia degli errori

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La carcassa giace riversa sulla pancia. 35.000 metri quadrati di cemento armato senza porte, senza vetri, senza parapetti. Lo scheletro respira dai fianchi spalancati. Dentro e fuori dall’immenso cadavere formicolano circa 250 esseri umani. Rumeni, marocchini. Con taniche d’acqua, sacchetti di plastica troppo pieni, borse.

Su un pilastro è scritto con la vernice spray: Non è bello ciò che piace ma è bello bello bello.

Tutti i pilastri del portico deserto recano scritte. Rimango a guardarle una per una, parole spruzzate dove nessuno le leggerà mai. Film mai fatti. Intuizioni perdenti e bellissime.

L’edificio è un progetto abortito negli anni ’90.

Quel decennio si apre con me che sostengo un buon esame di letteratura greca e che provo vanamente a tradurre a prima vista Omero perché avevo letto male e non sapevo che fosse in programma.  Annuso la corrente gelata di questo momento sotto il portico. Ma che c’era di sbagliato nell’aria degli anni ’90 ?

Quasi 30 anni di rigor mortis insepolto nel cuore del parco sud. Questo edificio è una memoria. Quando verrà ristrutturato bonificato ed evacuato, avremo un quartiere migliore e un pezzo di storia in meno. La storia degli errori. Accarezzo con gli occhi i muri di questo scempio. La bruttezza non fa finta e la puoi toccare davvero.

La salma del mostro sta intanata oltre un prato, qualche decina di metri lontano dal bordo strada. Di notte la luce dei lampioni non lo tocca. Di notte chi passa di qui si orienta come in mare: con le stelle. Se la forza di questo buco nero non lo risucchia.

A Ottobre 2015 toccò a Fabio venire qui in cerca di droga. Volò nella tromba dell’ascensore non costruito.

Nel prato davanti all’edificio ci sono funghi enormi. Deformi. Affiorano dall’erba con un colore malato. Questo posto produce cadaveri.

Poco oltre il mostro c’è un parchetto.

Ho girato due scene sotto quegli alberi. Per farlo ho camminato su un tappeto di profilattici.

Ho camminato anche sopra i cadaveri sepolti dei pentiti al Parco delle Groane per girare una scena con un gruppo di tossici. Uno di loro me ne svelò la presenza, ignota anche alla polizia.

Dieci anni di lavoro nel fallimento e nel buio. Toni che prega di non lasciarlo uscire dall’ospedale e quando lo mandano via si sdraia su una panchina del parco e si fa l’overdose finale. Mauro che viene al mio matrimonio e due mesi dopo lo trovano impiccato con le vene tagliate. Angelo che perde un occhio per una bottigliata in discoteca. Maurizio che esce dal carcere, fa un figlio e torna in carcere. Tutti ragazzi mai arrivati a uomini, vite spruzzate su questi pilastri. Tutti in scena in “Conchiglie”, lo spettacolo che ho portato al Portaromana.

Il Portaromana. Venduto, distrutto, sostituito da box.

Questo edificio è stato battezzato un pugno nello stomaco della città.

Tutto intorno al mostro si ramifica il suo esoscheletro di tubi innocenti. Tre gru. Altissime. Immobili sotto la luce definitiva dell’alba.

Dall’altra parte della strada, un piccolo parco senza erba. Ruspe tra gli alberi. Residui di capanni, tettoie di eternit, pezzi di mobili. Frammenti di un’evacuazione recentissima.

Lo spazio si apre dopo le epurazioni e asciuga le muffe dei capanni divelti. Si apre anche dentro di me. Un nuovo spazio per ricostruire. Per riprovare.

Idee che escono dalla verità delle cose come semplicemente stanno.

La strada di casa

Salgo sull’autobus sbagliato e capisco troppo tardi che devo fare tutta un’altra strada per portare il mio corpo a casa. Perché rispetto al corpo, la mente e il cuore sono per altri percorsi, nel testo che sto leggendo sul mio kindle. La vita è periferia quando entriamo in un sogno. Reparti di bassa manovalanza del mio cervello si occupano di farmi prendere il 24 per recuperare la situazione. Quando mi siedo finalmente la mia storia d’amore con le parole che leggo continua.

Adesso però c’è un respiro quasi rantolante. Ah sì, è il vecchio seduto con badante due sedili più in là sull’altro lato del tram. Dev’essere pesante sentirlo tutto il giorno e ancor più pesante sapere di imporlo agli altri. Poveri entrambi, insomma: vecchio e badante. Ma questo amore per le parole che leggo che si fa distrarre da un respiro di anziano? Ne vogliamo parlare? Fragile amore alla prova dei fatti.

Fermata. Entra una signora più vecchia del tipo del respiro. Cammina praticamente piegata ad angolo retto.

-Posso sedermi?

Incongruente ai miei occhi, dato che i posti liberi sono moltissimi. Ma lei vuole sedersi lì, di fronte al suo sconosciuto coetaneo. Forse invece è congruente: se mi metto piegato così faccio fatica anche io ad andare alla sedia successiva. Il punto forse non è l’eros ma la stanchezza, il dolore fisico. Non vuole quel sedile perché è di fronte a quel signore ma semplicemente perché è il primo sedile libero. Quanti anni sono che lavoro sui personaggi? Ecco, troppo pochi. Sviluppo ancora pensieri da spettatore. Banali reazionari e superficiali. E insegno. Hai capito i danni.

– Certo che può! – la badante soccorre con la voce la camminata traballante della signora, che per sedersi ci mette una vita. Una vita. Mentre il tram riparte, si scuote, frena, sterza. E lei sta ancora completando l’operazione culo su sedile. Un’impresa epica che ormai ha completamente sequestrato i miei occhi e il mio cuore.

– Ecco. – fa lei quando è seduta – Ormai sono lenta.

L’anziano che non credevo potesse parlare invece prende la parola biascicandola al di là del suo respiro materico:

– Ogni cosa a suo tempo.

La signora non sorride ma lo punta con gli occhi.

-Eh sì. Ma ogni cosa a suo tempo sono passate tutte.

La verità è nuda e mette a nudo chi la guarda. Il vecchio ormai è preso.

-Io quando guidavo ero sempre il primo. Sempre il primo. E da quando ho smesso di guidare sono andato indietro, indietro. E adesso mi metto in fondo, sono sempre l’ultimo.

La signora sblocca la situazione con un colpo geniale. Se fosse una scena i ragazzi che lavorano con me saprebbero che è un delta. Gli prende le mani. Accidenti sì, gli prende le mani! E gli fa:

-Bravo. Bravo, sai?

Ma porca miseria. Ma porca miseria veramente. Questi sono oltre. Totalmente oltre. Oltre le paure, oltre l’educazione, oltre le maniere, oltre il buon senso. Mi ritrovo sommerso in un’ondata di presente che faccio fatica a sostenere. E mani nelle mani di lei, lui accetta il passaggio al tu e dice:
– Guarda. Dai 20 ai 50 è tutto di corsa. E’ tutta velocità. Poi dai 60 cominciamo ad invecchiare e cadiamo giù, giù, giù… sempre più rapidamente.

Lei tace un secondo poi dice:

– Che belle mani calde che hai.

E poi devo scendere. Sulle mani calde devo scendere.

Non ho sbagliato autobus. Ho seguito un percorso anche se non lo sapevo. Ero a casa ascoltando quei due, molto più profondamente e veramente di quando lo sono stato col corpo. La casa mi ha raggiunto sul mio percorso deragliato dalla distrazione. La casa è il presente quando sei connesso.

C’è una soglia di vicinanza con la morte, una distanza minima che viene infranta dall’età per cui sappiamo a un certo punto di essere per forza vicini ai saluti, che ci toglie ogni altra paura, forse.

Quest’estate una mattina molto presto sono andato all’Esselunga. Non c’era quasi nessuno. Una ragazza davanti a me all’unica cassa aperta. Sì, sembrava pensierosa ma non avrei detto così triste. Mentre il cassiere le passava i prodotti al lettore lei cominciò a piangere. Prima poco, poi sempre di più. Un pianto lunghissimo, silenzioso e disperato. Una bella ragazza, un mattino d’estate. Faceva a pugni. Io la guardavo e non tolglievo lo sguardo nemmeno quando lei guardava me. Sapevo di dover dire o fare qualcosa. Ma non sapevo cosa. Non lo sapevo. Miliardi di considerazioni silenziose. Hai quasi 50 anni e lei può averne 25. Non fare quello che ci prova per l’amor del cielo. Se le offri un caffè sei un falco, se le metti una mano sulla spalla è un femminicidio. Ma non c’è una donna qua in giro? Una serie di pensieri perdenti che servivano solo a paralizzare la vita che voleva solo avvenire.

Il cassiere era un bravo ragazzo, molto dolce, e le disse: “A me non piace vedere i clienti che piangono. Vuoi un caffè? Se posso fare qualcosa… Io la mattina voglio vedere i clienti contenti, preferisco la gente che sorride”.

Ci ha provato, naturalmente è andata male. La ragazza sembrava infastidita tipo ti prego non ti ci mettere pure tu. Lo ascoltavo e pensavo: bravo che almeno dici qualcosa, ma ti senti mentre parli? E’ un disastro, stai parlando di te e di quello che ti piace vedere la mattina!

In che incapacità siderale mi trovo con me stesso….

Invece questi due anziani sono lì. Una donna prende le mani di un uomo sconosciuto fra le sue e lo accarezza con la voce mentre lui parla del suo declino: che belle mani calde che hai.

Lui non ha parlato di che cosa avviene tra i 50 e i 60, mi dico. Dai 20 ai 50 è tutta velocità. Dai 60 tutto declino. Allora, ne ho quasi 49. Sono nell’ultima scheggia di velocità. Poi un decennio di boh. Poi il declino.

Tutto mi è presente mentre il tram attraversa Milano. Tutto è in questo momento.

Grazie.

Puntini.

 

Un’auto che viene in senso contrario mi avvisa di rallentare con gli abbaglianti. Sono le 18 e il sole è ancora alto e forte.

Il Naviglio scivola alla mia sinistra e dopo qualche decina di metri effettivamente ci fermiamo in coda. Sono a Badile, paese limitrofo di Milano Sud. Ci sono un po’ di cose che mi hanno dato fastidio in questi ultimi giorni. Su piani molto diversi. Non so perché alcune cose non le digerisco. Intendo anche di me.

Cose sparse su piani diversi. Però per esempio – ma è solo un esempio. Tutti quelli che hanno messo Je suis Charlie hanno letto dei bombardamenti francesi? Ai tempi ci avevo quasi litigato. Ma in realtà quello che non sopporto è il mio non sopportarli. Questa guerra che scorre comunque dentro di me, una guerra con la quale sono in guerra.

Faccio qualche metro, si va a senso alternato. Sarà un incidente. La strada è brutta, una corsia per senso di marcia e un sacco di gente con la voglia di superare. Non sopporto nemmeno questo di me: quella parte che ogni volta che vede partire i sorpassi spericolati maledice e augura il peggio. Ma il peggio si augura agli errori, non a chi li commette.

E difatti, eccomi qua. In prima fila.

La mia corsia viene fermata e tocca l’altra. L’incidente è davanti a me. Un’ambulanza in mezzo alla strada. Il muso schiacciato. Sul muso il sangue schizzato. Quattro macchine ferme evidentemente implicate nella cosa. A sinistra, sul guard rail che separa dal Naviglio, i resti di una moto imbiancata dal getto degli estintori. Di fianco un telo verde sul prato. Copre il cadavere. Sul guard rail altro sangue schizzato.

Rifaccio mentalmente la traiettoria. Sempre che sia andata come penso.

Quando uno va in moto è vestito. Ha il casco. Tutto quel sangue schizzato in un lampo sul muso dell’ambulanza e sul guard rail dalla parte opposta della carreggiata mi sono difficili da immaginare. Dev’essere passato solo qualche minuto dall’incidente. Spengo subito la radio, non so perché. Qualcuno forse non lo sa ancora ma la sua vita è appena cambiata per sempre.

Siamo pensieri onnipotenti in scatole craniche fragili, pure ipotesi incastrate in un corpo, in un’auto, su una strada. Da questo punto dello sguardo vedo me stesso laggiù, piccolissimo. Protesto contro quelli che dicono di chiamarsi Charlie perché secondo me non vedono a un palmo dal naso. Sono puntini anche loro, come me. Provvisori, evanescenti. Come me.

Possa il tuo viaggio continuare senza incidenti. Possa la strada esserti amica per sempre.

No Fly Zone – Qualche appunto sull’amore

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Anche oggi una bomba ha fatto saltare un aeroporto. E’ un luogo appassionante per i terroristi. E in effetti hanno ragione: è il luogo delle partenze, delle speranze, dei progetti. Degli abbandoni, degli incontri casuali e fulminanti, dei ricongiungimenti. In pochi altri posti la vita avviene in tutta la sua pienezza come in un aeroporto.

E poi l’aeroporto è anche il tempio che celebra l’uomo che supera il proprio limite e riesce a volare. Come ripeto ai miei allievi, in latino peto significa chiedere per ottenere, ma la sua radice è greca – ptéron – e vuol dire ala. In questo modo dentro di noi è scritto il legame di sangue tra il desiderio e il volo. Se mi tagli le ali mi togli la capacità di desiderare, se mi spegni il desiderio mi togli la capacità di volare.

Chi può voler sottrarre tutto questo all’uomo? Qualcuno di molto cattivo, forse. Ma a me le storie con i cattivi non convincono mai, più che altro perché poi ci dovrebbero essere i buoni ed è soprattutto a quelli che non credo. Non mi inoltro in analisi di cui non sono all’altezza. Niente di politico storico religioso, quello preferisco studiarmelo attraverso gli articoli di persone che sono davvero sul pezzo.

Ma rimane che tra tutti i posti in cui si può far saltare una bomba, l’aeroporto è particolarmente gettonato. Non può non esserci un linguaggio in questo. L’inizio del viaggio è in aeroporto. La fine del viaggio è in aeroporto. Il fine del viaggio spesso è negli abbracci che avvengono numerosissimi in aeroporto. Ogni viaggio è metafora di tutta la vita e inizio e fine ne sono i cardini.

Far saltare in aria decine, centinaia di persone che partono, che arrivano, che incontrano, che compiono il percorso… è proprio di chi sta reagendo allo stesso torto. Se mi impedisci di vivere il mio viaggio farò lo stesso a te. E’ reattivo. A torto o a ragione è reattivo.

Mi si passi la battuta – che non è una battuta: il problema è che gli aerei volano troppo bassi. Non facciamo in tempo a cogliere, nel volo della nostra vita, l’entità della cosa. Non vediamo il pianeta inserito in un sistema solare, non vediamo il sistema solare inserito in una galassia, né la galassia inserita nell’equilibrio di tutte le altre. Eppure è di gran lunga questa la cosa più vera e che ci riguarda tutti. Uno scorcio un po’ più distante ci mostrerebbe nel nostro buffissimo camminare tutti a testa in giù. A quarant’anni sentiamo che gli anni volano, figuriamoci se potessimo assistere a 300 anni di storia guardando da Marte. Cosa vedremmo?

Vedremmo una moltitudine di esseri microscopici che stanno al mondo circa 20 minuti e che in quei 20 minuti credono di essere eterni. E proprio per questo non affrontano il volo. Non volano. Non desiderano cose veramente grandi perché sono troppo appesantiti dall’orizzonte murato che hanno di fronte. Basterebbe che alzassero gli occhi e sarebbero a contatto immediato con la loro vera situazione. Che è meravigliosa e intensissima. Ma non lo fanno.

Possiamo anche entrare nelle case e vedere quel che succede sempre più spesso in modo terrificante in questi giorni. Uomini che uccidono donne perché non reggono un no, un abbandono, una fine. Uomini e donne che erano con-volati a nozze o a convivenza. Forse non sappiamo accettare di non essere tutto e di non essere per sempre. Eppure è solo sapendo di non essere te che ti posso amare, solo sapendo di non essere laggiù che posso farci un viaggio, solo sapendo di non essere tutto che posso incontrare.

La cosa peggiore di tutta questa paura di morire è che ci impedisce di attraversare il viaggio, di volare la vita.