Il libro di oggi – Non puoi piantare un chiodo nel cielo, di Lin-chi

Un intensissimo passaggio della lezione di Lin-chi. Una scuola vera e propria sulla forza del punto di vista, quando ci sembra che i fatti siano talmente grandi da poter essere soltanto subiti o nel migliore dei casi accettati. Invece è sempre il nostro punto di vista che li illumina e li crea per quello che significano.

“Qualunque cosa ti capiti, non permettere che ti sia imposta. Se ti abbandoni anche per un solo momento di dubbio, il demone ti entrerà nella mente. Anche un bodhisattva, quando comincia a dubitare, è preda del demone della nascita e della morte.

Impara a fermare i pensieri e a non cercare mai qualcosa al di fuori di te. Quando un oggetto appare, illuminalo con la tua luce. Devi soltanto aver fiducia in questa cosa che sta accadendo dentro di te proprio adesso. Al di fuori di questo non c’è niente.”

A Vernicefresca, la meravigliosa scuola di teatro di Avellino, dopo una cosa così direbbero ridendo: “Pausa”! Geniali, laggiù. Pausa.

Il libro di oggi – La fortuna non esiste, di Mario Calabresi

“Da cinque giorni era cominciato un anno tumultuoso che avrebbe portato l’Italia in guerra. (…) Alle cinque del pomeriggio il dottor Buscaglino, di professione medico di famiglia, aveva finito il giro delle visite, quando decise di passare in via Pier Carlo Boggio 134 (…). Anche quel pomeriggio, nonostante fosse stata una giornata soleggiata, la temperatura era sotto lo zero e il termometro nella notte avrebbe fatto segnare -6.

Si fermò davanti al portone, si aggiustò i baffi rossi che erano il suo biglietto da visita, entrò nell’androne e chiese alla portinaia notizie della signora Marietta Cavadore e della sua gravidanza. La donna scosse la testa: “E’ caduta nel primo pomeriggio e ha perso la bambina. E’ nata morta.” “Perché, era femmina?” chiese istintivamente il medico. “Sì, ma non è sopravvissuta”.

Il dottor Buscaglino rimase immobile, era padre di due maschi, una figlia femmina era il sogno della sua vita, e gli sembrava terribilmente ingiusto che quel giorno il mondo avesse perso una bambina. Prese le scale, salì al secondo piano e suonò. (…) Entrò piano nella camera, Marietta giaceva a letto. Era scivolata in casa mentre era incinta di sei mesi e mezzo e aveva avuto un’emorragia. Il medico, arrivato quasi subito, era riuscito a bloccare il sangue, ma non aveva potuto evitare il parto spontaneo. Aveva dovuto registrare la perdita di una bambina venuta al mondo troppo prematura per poter sopravvivere.

Il dottor Buscaglino, con un certo imbarazzo, chiese dove fosse stata messa la neonata. Marietta non rispose neppure, Rosa fece un cenno con la testa indicando il mobile toilette con lo specchio: “Non sono ancora passati a prenderla”. Un fagotto fatto con le federe dei cuscini era appoggiato sul piano di marmo. Il dottore si avvicinò, lo aprì con cautela, si fermò a guardare la bambina con i palmi appoggiati sul marmo gelato, poi posò una mano sulla pancia della piccola per farle una carezza e ci fu un movimento: “Ma non è fredda: è tiepida”. La sollevò di scatto: “Disgraziati, ma questa bambina è mica morta, è viva.” “Ma non ha mai respirato, non ha pianto, non era neanche di sette mesi” gli rispose la nonna Rosa. “Non ha la forza per piangere, portatemi delle coperte, scaldiamola”.

Si mise a massaggiarla senza sosta, la avvolse nella lana e poi si avvicinò alla madre e, come in preda a una visione, cominciò a parlare in modo concitato: “Me la lascia portare a casa, ci voglio provare, non bisogna arrendersi: le costruirò una culla con la bambagia, le metto una lampada sopra, giorno e notte, le possiamo dare il latte con il contagocce”. Marietta fece sì con la testa, non aveva più parole, aveva perso e ritrovato la sua prima figlia, ma non voleva illudersi. Il medico strinse al petto il fagotto di lana e uscì di corsa. La portinaia sgranò gli occhi a vederlo passare con quell’involto che conteneva una bambina sotto il cappotto e lui le gridò: “Mandi qualcuno ad avvisare il becchino, non c’è più bisogno che venga”.

Era il 5 gennaio 1915, martedì. Maria Teresa, mia nonna, cominciò quel giorno, tra le braccia di un fascinoso medico dal pizzetto rosso, un’avventura che l’avrebbe portata a vedere l’elezione di Barack Obama. (…) “Ero un piccolo pollo che non aveva neppure la forza di piangere, ma sono arrivata fin qui perché ho incontrato un uomo che aveva voglia di scommettere sulla vita, che ebbe il coraggio di assumersi un rischio, di pensare con la sua testa e di non arrendersi quando gli altri mi davano per morta. Ho vissuto 94 anni, ma alla fine l’unica lezione che mi porto dentro è che non bisogna mollare mai. Mai arrendersi: bisogna essere curiosi, ambiziosi e artefici del proprio destino”.

Il libro di oggi – Corpi di scarto, di Elisabetta Bucciarelli

Non l’ho ancora letto e quindi nel merito non so. Ma i motivi che hanno mosso l’amica Liz a questo lavoro mi sembrano talmente precisi e belli che mi fa piacere darle luce anche qui nel mio piccolo spazio. Non so come sia il libro cara Liz, anche se conoscendoti lo posso immaginare. Ma ti ringrazio per averlo scritto, per aver detto perché l’hai scritto, per aver assunto una posizione chiara e netta.

Di seguito, le parole di Elisabetta per presentare Corpi di scarto.

Una chiamata si potrebbe definire. Un momento di percorso necessario. Una storia che doveva essere raccontata. Un modo per sentire che quello che faccio ha un senso. Questi ed altri (tanti) i motivi di questo mio “VerdeNero”, che tra due giorni sarà in libreria. Ha una copertina tenera, una bimba con un mazzo di mimose in mano e dentro alcuni personaggi che non mi abbandonano ancora adesso quando, a libro finito, dovrei aver trovato un po’ di pace.
Ho voglia di parlare di questa storia, che racconta di emarginazione e abbandoni. Di scarti e di scarto. Di sogni strappati all’immondizia. Di filosofie impure e dell’impuro come risorsa. Di chirurgie plastiche e di vergogne indotte.

A seguire parte delle intenzioni del progetto che sento importante, al di là del piccolo contributo che anche il mio libro potrà dare. Non mi interessa solo aver scritto un libro ma anche e soprattutto far parte di questo progetto.

VerdeNero è una iniziativa di sensibilizzazione sui fenomeni dell’ecomafia che nasce dalla collaborazione tra Edizioni Ambiente e Legambiente. Ecomafia significa un enorme giro d’affari che prospera sulla sottrazione illegale delle risorse ambientali, sui traffici di animali e opere d’arte, su abusivismi di ogni genere, si scioglie nei mille rivoli della cronaca giudiziaria e degli scandali, rendendo difficile ai non addetti ai lavori coglierne il volto, la dimensione complessiva e, infine, l’effettivo impatto sociale e culturale.

Un fenomeno tanto pervasivo quanto capace di mimetizzarsi nel quotidiano. Per questo Edizioni Ambiente e Legambiente sono convinte che sia necessario favorire un salto di qualità nel livello di informazione e consapevolezza della collettività rispetto a che cos’è l’ecomafia.

Il cuore di VerdeNero è una collana di libri che rappresenta l’incontro di un tema dai risvolti degni di un romanzo con il linguaggio che meglio di qualsiasi altro può descriverlo e renderlo accessibile a tutti: il noir. E grazie a Legambiente si trova anche documentazione relativa ai fenomeni reali, quelli che ogni anno vengono puntualmente descritti e denunciati nel Rapporto Ecomafia, e dove grazie al lavoro dell’agenzia Prospekt siamo in grado di presentare una suggestiva galleria fotografica.

VerdeNero è un progetto complesso, in cui la pubblicazione dei libri si connette a una fitta serie di iniziative sempre centrate sulla denuncia delle ecomafie, ma attuate secondo modalità diverse e da numerosi soggetti.

VerdeNero è un contenitore aperto, che offre a chi voglia mobilitarsi contro la “gestione” illegale del bene comune uno strumento formidabile: le storie scritte da alcuni tra i migliori autori italiani.

Il libro di oggi – La ferita dei non amati, di Peter Schellenbaum

“(…) “Tutti mi amano”. Questa breve frase viene spesso pronunciata con un tono di voce un po’ troppo alto, quasi terminasse con una virgola anziché con un punto, come se dovesse continuare, e in realtà dovrebbe: mancano due parole per smascherare il gioco del non amore. La frase completa suonerebbe così: “Tutti mi amano, tranne uno”.  Quest’uno è innanzitutto il padre o la madre, poi il partner, o il collega di lavoro, oppure qualcuno che si è dimenticato di invitarmi, la segretaria che chiede un aumento di stipendio, il dipendente che esce dieci minuti prima dell’ora prevista, il capo che oggi non ha salutato, la figlia che chiede un aumento della mancia.

Per colui o colei che tutti amano, la negazione dell’amore è sempre in agguato, soprattutto da parte di quella persona il cui amore sembra essere indispensabile. “Tutti mi amano” eppure quell’unico che davvero conta non mi ama. Questa breve frase rappresenta l’inutile tentativo di affrontare un’offesa permanente: davvero tutti mi amano, come può questa persona, che per sua sfortuna non mi ama, ferirmi tanto?

Dopotutto, mia moglie non è l’universo, e il mio capo (oppure il collega di lavoro, quello che non mi ha invitato, quell’altro che ha rifiutato il mio invito al cinema, mio figlio che ieri sera è rientrato più tardi del previsto, l’operaio che mi consegna un conto esagerato, il compagno di scuola che per la prima volta si è dimenticato del mio compleanno) è l’unico a non amarmi.

Tutti gli altri però mi amano, non è meraviglioso ?

Gli individui molto amati hanno bisogno d’amore come bambini e da bambini non sono stati abbastanza amati: questo spiega perché i loro sentimenti sono così facilmente feribili. Anche i molto amati sono stati privati d’amore. Hanno avvertito la mancanza dei genitori, forse perché questi ultimi condizionavano l’amore al loro buon comportamento. “Certo che ti amo” può aver lasciato intendere il padre, “ma tu non devi disturbarmi, altrimenti non ti amo più”. E poiché il bambino, invece, ha disturbato, l’amore è  stato ritirato.

In una situazione simile, il bambino sceglie il gioco del “purché tu mi ami”. Da adulto, cercherà per tutta la vita l’amore che ha perso da piccolo. Tutti devono amarlo: il postino, la donna delle pulizie, l’addetta al servizio informazioni telefoniche, il datore di lavoro al quale ha appena consegnato la lettera di dimissioni, la moglie da cui ha divorziato. “

Il libro di oggi – La società dell’incertezza, di Zygmunt Bauman

“La paura non è certo una novità per la vita umana. L’umanità l’ha conosciuta fin dai suoi inizi; in qualsiasi elenco sintetico delle caratteristiche dell’umanità, la paura si collocherebbe in uno dei primi posti. Ogni epoca della storia si è differenziata dalle altre per avere  conosciuto forme particolari di paura; o piuttosto ogni epoca ha dato un nome di propria invenzione ad angosce conosciute da sempre. Queste definizioni erano delle interpretazioni latenti: nel senso che informavano su dove erano collocate le radici profonde delle minacce e dei timori, su cosa si doveva fare per evitarle, o sul perché non si potesse fare nulla per proteggersi.

Dopo tutto, un altro tratto saliente dell’umanità consiste in quelle facoltà cognitive e conative così fortemente intrecciate tra loro, che solo i “filosofi”, ben allenati nell’arte della distinzione, possono e riescono ad immaginare separate. Le minacce sembrano essere sempre state ostinatamente le stesse. Sigmund Freud le ha classificate in modo definitivo:

Siamo minacciati dalla sofferenza da tre versanti: dal nostro corpo, condannato al declino e al disfacimento e che non può funzionare senza il dolore e l’ansia come segnali di pericolo; dal mondo esterno, che può scagliarsi contro di noi con la sua terribile e formidabile forza distruttiva; infine dalle nostre relazioni con gli altri.

Si può ritenere che questi “versanti”, in fondo siano già delle “interpretazioni”: delle interpretazioni così costanti e resistenti, al punto da essere diventate “autoevidenti” e per nulla considerate come tali. Ma dietro le tre forme di paura appena nominate, si intravede da lontano la presenza di una “madre di tutte le angosce”, la minaccia che quotidianamente genera tutte le altre e non permette loro di allontanarsi troppo: la minaccia della fine, l’epilogo brutale e improvviso, l’unico oltre il quale non c’è inizio.

La morte è l’archetipo di questa fine, l’unica che si mostra solo in un’unica forma. La condizione umana allo stesso tempo vincola il tempo (time binding) ed è vincolata dal tempo (time bound); la mente che padroneggia il tempo ha tutte le ragioni per sperimentare se stessa come eterna, ma dimora in un involucro chiaramente e irrimediabilmente transitorio.

La caducità di quest’ultimo ridimensiona, frena e annichilisce il senso di immortalità della prima; alla fine interromperà quella sensazione di eternità, ma molto prima che il sereno “per sempre”  si trasformi in un inquietante “finché”. Essere umani significa allo stesso tempo conoscere questa condizione, essere incapaci di influire su di essa in qualche modo, ed essere consapevoli di questa incapacità. Questa è la ragione per cui essere umani significa anche provare paura.

Il libro di oggi – Narrazioni, di Andrea Smorti

“Siamo a Bari, un giorno d’estate del 1988. Una giovane coppia di fidanzati va in centro a far spese. Passando davanti a un negozio di abbigliamento la ragazza vede un vestito che le piace. Decide di comprarlo ed entra nel negozio. Il fidanzato resta fuori e se ne va a curiosare fra le vetrine lì intorno.

Il proprietario del negozio invita la ragazza ad entrare nel camerino del retrobottega per provare l’abito. Passa il tempo e la ragazza non esce. Finché il fidanzato, stanco di aspettare, si decide ad entrare per chiedere a che punto stanno le cose.  Il proprietario, meravigliato, gli dice che la ragazza non c’è più, se n’è andata da un pezzo. Il ragazzo si insospettisce, trova due poliziotti, racconta loro la storia, li convince ad entrare nel negozio e a dare un’occhiata.

In un punto del retrobottega i poliziotti si accorgono che il pavimento suona a vuoto. Scoprono una botola che immette in una specie di sala ben illuminata dove si trovano alcuni chirurghi, almeno tali sembrano dai camici che indossano e dai bisturi che hanno in mano, che stanno ancora sezionando la ragazza. Il negozio mascherava un commercio d’organi in piena regola. I chirurghi li prelevavano e li predisponevano per la consegna al mercato nero…

In quell’estate del 1988 questa storia conobbe una grande diffusione, a Bari e non solo. Molti la presero per vera, anzi volevano in tutti i modi sapere quale fosse il negozio-mattatoio e conoscerne il proprietario. Intanto le madri chiudevano in casa le figlie, tenendole al riparo da boutique e negozi d’ogni tipo. Finché polizia e giornali dovettero ricorrere a ripetute smentite pubbliche che, alla fine, riportarono la calma.

Ma perché, ci chiediamo, la gente si dimostra così incline a credere a certe storie? Una bella domanda, questa, per una risposta tutt’altro che semplice. Ma vale la pena di tentare. Perché il problema delle storie e della loro credibilità investe non solo la vita sociale e politica di un popolo, ma anche il funzionamento stesso del pensiero. “

Se vi attizza, compratelo. Andrea Smorti è una mia nuova passione. Di una bravura pazzesca.

Lo spunto di oggi – The Last Lecture, Randy Pausch

La prima cosa che mi viene in mente è lo scempio fatto in copertina, con l’aggiunta al semplice e chiarissimo titolo originale The Last Lecture dell’inutile e fuorviante occhiello La vita spiegata da un uomo che muore. Cosa non facciamo per vendere una copia in più o per staccare un biglietto. Chi non ricorda l’operazione compiuta con il film di Gondry, The eternal sunshine of the spotless mind, tradotto con un raccapricciante Se mi lasci ti cancello ? Eccoci qua, benvenuti in Italia.

Credo che la lezione di Randy Pausch sia tutt’altro che la lezione di un uomo che muore. L’uomo in questione sa di dover morire ma si occupa della vita. Direi che L’Ultima Lezione è la vita spiegata da un uomo che vive e che vive alla grande. Per niente consolatorio, Randy Pausch ci accompagna in una essenziale e brillantissima galleria di situazioni, nelle quali dietro i mille colori che usa, continua a far capolino la stessa voce sottile: viviamo nel mondo dei significati che diamo alle cose e di fronte alla consapevolezza della nostra morte imminente, questa verità si fa nitida e forte.

Sta in noi. Sta in noi cercare di non coincidere con il nostro punto di vista. Riuscire a guardare dal di fuori, riconoscerci solo uno sguardo e non il possesso della verità. Rimanere consapevoli che tutto è un passaggio e un regalo. Che tutto è per noi anche quando non ci piace. Pensieri che espressi da me in questo modo non significano niente. Espressi da Randy Pausch nel suo modo e in quel tempo della sua vita diventano un interrogativo anche severo sulle nostre infelicità.

La bellezza sta anche nel fatto che nelle sue pagine non c’è mai rimprovero. Anzi c’è un infantile, eroico, disincantato e incantevole entusiasmo per ogni piccola cosa che passa. Per ogni ricordo e per ogni momento che il futuro riserverà. Posso dire? Per me è inarrivabile soltanto l’idea. Proprio non riesco a immaginare di saper sorridere in certe situazioni. Ma anche per molto meno di quel che è capitato a lui. Lo guardo come si guarda un alpinista che è tanto lontano da me, la cui salita mi dice che la strada è percorribile, che si può fare. Che sta in me.

Certo se solo si guarda qualche minuto della straordinaria lezione alla Carnegie Mellon, non si può non notare la razza dell’istrione e del saltimbanco. Randy Pausch era credo fondamentalmente un uomo di spettacolo. Però – mi sono detto – perché la cosa dovrebbe darmi fastidio? Nel senso: questo era uno show difficile da preparare, anzi proibitivo. L’ha fatto con rigore e con grandissima abilità. In fin dei conti, oltre che per sé l’ha fatto anche per noi. Per lasciarci un’idea forte e chiara di un punto di vista. E ci è riuscito.

A chi lo regalerei? A tutti. A chi l’ho regalato? A mio padre. Ho due genitori che leggono la parte luminosa delle cose molto meglio di me. A chi lo regalerò? Credo a nessun altro. Ho in mente una serie di reazioni scaramantiche, divertite, infastidite. La vita spiegata da un uomo che muore, e che cavolo… ma se a qualcuno venisse l’ispirazione, si può vedere sul suo sito personale la registrazione di quel giorno.