Radiografie – SKYFALL, di Sam Mendes

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Eve può sparare. Ma il bersaglio è  sporco. Il rischio è di non colpire il perfido Patrice ma di uccidere Bond. La decisione è cruciale e la prende M via radio. M, il sommo capo, la donna glaciale che muove il mondo e decide le strategie. L’ordine è di sparare. Il timore si avvera: Bond è colpito, precipita dal treno e finisce nel fiume sottostante. Non può essere vivo. E’ andata male.

Dopo una scena d’apertura così l’assetto drammatico è chiaro: è una ferita d’abbandono che dominerà la storia. La paura della perdita e di perdere. Alla fine, la paura della morte.

Quando ho saputo che Sam Mendes avrebbe girato il futuro 007 ho chiesto conferma due volte. Mi sembrava così strano. Confesso che ho temuto, perché tra le cose belle della mia vita che voglio tenermi “belle” c’è il cinema di Sam Mendes. La sua capacità di raccontare il dramma attraverso lo spazio filmico. Il suo lavoro con gli attori.

La mia mente lavorava febbrile: stai a vedere che si è venduto. E se ci vado e poi scopro di aver perso un altro sogno? Meglio rimandarlo questo incontro con 007, perché confesso di essermici sempre annoiato a morte. L’arma segreta di Bond per me è sempre stata la noia. Cosa ci sarà di tanto bello nelle esplosioni a raffica, nella gente che corre sui tetti, che salta vola viene crivellata di colpi per poi tornare – comicamente… – viva, da far appassionare Sam Mendes? Soldi, diceva il mio buon senso. Ma il buon senso ha un senso solo, il cinema molti di più.

Dunque, comincio a guardare questo film e sento subito come una separazione tra quello che vedo accadere e quel che sento che si sta giocando in profondità. Si tratta comunque di correre sparare e saltare, ma… c’è intensità. C’è recitazione. La fotografia sonda gli animi e non descrive le bombe.

Bond è un po’ troppo stagionato e la cosa gli viene sempre rinfacciata dal mondo. Le cose fatte all’antica funzionano sempre ma a un certo punto la vita tira una riga. Il suo personaggio in questo film è così: cammina sul piano inclinato del tempo che passa, indeciso tra una nostalgia di fondo e il piacere di essere quello che è.

Dopo l’episodio del treno descritto all’inizio, Bond si è ritirato lontano, in un paradiso marino. Fa il pieno di alcool e si fa passare i dolori. Perché è stato abbandonato. M ha scelto di sparare a rischio di perderlo. E lui si sente tradito, solo, superato dalla ragion di Stato. Che sarà inattaccabile finché si vuole ma riesce sempre a separarci dagli altri nel cuore. Perché in realtà sogniamo tutti di essere preferiti alla ragion di Stato. Di essere più importanti della somma dei fattori. La nostra testa capisce ma la pancia grida tutta la sua voglia d’amore. M, l’algida madre, ha scelto di rischiare lui.

Ora però, dalla sua isola lontana, Bond sente che M ha subito un attentato molto serio. E decide di tornare. Vince l’amore? O la speranza di rientrare nella vita? O una sottile vendetta, simile a quella che proviamo quando qualcuno che ci ha scaricati si trova ad aver bisogno di noi? Può starci tutto. Ma di fatto eccolo qui, Bond, al servizio di M. Rischiare la vita per lei è l’unico modo di sentirsi vivi.

Sono innumerevoli i passaggi dell’intricata storia che ci rimandano a questo dolore. Vado all’essenziale saltando i passaggi della trama. Ad un certo punto compare – incarnato da un iperbolico Javier Bardem – Raoul Silva. Chi è costui? E’ l’uomo a capo dell’attentato subito da M, ed era stato un suo agente di punta. Il migliore. Silva parla di M come di una madre, la chiama proprio Madre. E avendo subito da lei torti e torture si vuole vendicare, vuole ucciderla. Ma… non ce la fa. Avere il progetto di ucciderla è in realtà soltanto un pretesto per cercarla. Per andare verso di lei. Per farsi rivedere. Per quanto lei abbia voltato la faccia, per quanto abbia tradito, per quanto abbia fatto del male.. è la Mamma. E Silva proprio non ce la fa a non cercarla.

Nella scena finale, saranno abbracciati e coperti di sangue, lei ferita mortalmente. Lui la tiene a sé e le consegna la pistola. La pone alla sua tempia e accosta la propria testa a quella di M. Un colpo solo per uccidere entrambi. Ecco uscire decisiva, letale e non risolta, la ferita da abbandono di questo film: non accettare la morte della madre, voler morire con lei, essere una cosa sola con lei e quindi essere al di  fuori della relazione e precipitati nell’inconsapevolezza della simbiosi. Sulla scena compare Kincade, il vecchio guardiacaccia della famiglia di Bond. Un anziano che nel terzo atto del film ha tenuto per mano, aiutato, protetto e salvato M. Due anziani nel cuore di un film d’azione. Kincade non sta a mostrarci un amore di M, sta a mostrarci tutto quel che a M è sempre mancato: un uomo che le volesse bene e la proteggesse anche da se stessa e dalle sue ossessioni.

Giunge Bond e il quadro è chiaro: sono Caino e Abele che si contendono l’amore della madre. Niente più armi, niente tecnologia, niente effetti. Un Bond che finisce con un quadro di famiglia mancata: i due anziani non – genitori e i due irosi non – figli. In aperta campagna. Alla fine di tutte le bombe. Ecco dove voleva arrivare, aspettavo di capire come Sam Mendes avrebbe girato il suo James Bond contro James Bond. E alla fine lo fa in un modo grandioso, che richiederebbe troppo spazio per questo contesto.

E’ la storia di un ritorno di due figli lontani, divisi e dispersi verso la madre. Nessuno sa amare. Nessuno sa chiedere di essere amato. Ma ognuno di loro lo sogna, come lo sogniamo noi. Ognuno di loro torna – come noi – a un ipotetico momento d’oro del proprio passato. Ne abbiamo tutti uno: quegli anni, quei mesi, quei giorni… E quel tempo rimpianto vince sempre il confronto con il tempo che stiamo vivendo. Perché la cosa difficile quando soffriamo di abbandono è vivere nel presente davvero.

Finisce così, Skyfall: Eve consegna a Bond l’eredità che M gli ha lasciato. Sì, Eve. La giovane e bella donna del nuovo inizio. Il vaccino contro la morte, l’abbandono, il dolore della perdita che permea tutto il film. Su quella terrazza, 007 ritrova se stesso e Sam Mendes chiude il cerchio. E’ riuscito a fare quel che aveva fatto per esempio Neil Jordan con The brave one: una sfida al genere rimanendo autore e rispettando il genere. No, non è il film più bello di Sam Mendes. Ma è un lavoro semplicemente magnifico.

Radiografie – Detachment, di Tony Kaye

Capita a tutti prima o poi. Sentirsi persi e desiderare una guida nel buio. Magari abbiamo passato la vita a rifiutare i maestri, conosciamo bene la sensazione di repulsione di fronte a chi vuole a tutti i costi spiegarci la vita. Però certe volte si fa buio e ci rendiamo conto che una bussola ci voleva. Il punto è: dove sono questi maestri? Chi sono? Cosa fanno e dove si sono nascosti? Maestri credibili, che abbiano il carisma e l’autorevolezza per sostenere la loro autorità. In mancanza di veri interpreti del ruolo – e di insegnanti di ruolo – ripieghiamo sui supplenti.

Supplire significa letteralmente riempire un vuoto. Ma una cosa è riempire un vuoto e un’altra riuscire a valere il pieno di prima. Quando le certezze dell’infanzia lasciano il posto ai tremori e alle ombre dell’adolescenza, quel vuoto dovrebbe essere atteso, ascoltato, riempito dall’amore dei maestri. Maestri in famiglia, a scuola, nei gruppi di appartenenza. Ma i maestri non ci sono. Ci sono sostituti temporanei e casuali.

Detachment è la storia di un supplente. Un periodo in una scuola di trincea sociale, nel pieno disagio psicologico, economico, culturale. La premessa è che sarà per poco, forse solo un mese. La Preside chiarisce subito che molti studenti sono sotto il minimo e che da lui ci si aspetta semplicemente che riesca a rispettare il programma. Ma nel cuore di Henry la priorità è il rispetto degli allievi come persone a tutto tondo. Non sarà facile e la guerra sarà quotidiana.

Detachment è un film imperfetto e bellissimo. Molto girato a mano, tra fuori fuoco e sottoesposizioni, ha il grande merito di connettere con efficacia i drammi interiori di Henry a quelli sociali della scuola pubblica e in questo modo di rendere il discorso sociale un discorso che ci riguarda tutti intimamente. Forse è un film sulla fame d’amore, sul disperato bisogno che abbiamo di essere educati, ascoltati, accolti e persino puniti se la cosa avviene con amore.

La vita di Henry è stata durissima, piena di dolore. Questo dolore ha provocato il Distacco, la difficoltà cronica nel costruire e accettare relazioni significative e intense. Troppo soffrire per vivere, più prudente una sorvegliata solitudine. E la precarietà del lavoro di supplente che non diventa mai di ruolo – che quindi semanticamente non assume mai su di sé la responsabilità di dire e insegnare, che non fa i conti con la propria vera identità – diventa quasi un’arma per tirarsi indietro, per tenere sempre aperta una via di fuga. Ma in realtà sono proprio il suo dolore e il suo distacco tattico a provocare l’effetto contrario.

Infatti l’empatia con i ragazzi non è data dalla scorta di buoni consigli automatici che un docente si porta con sé, bensì dal contatto che quel docente ha con il proprio dolore personale profondo. E’ proprio questo che dà il carisma: il nostro contatto con noi stessi, l’autenticità con cui facciamo, diciamo, pensiamo, la non condizionabilità dall’esterno. Henry nel suo dolore ci vive senza fughe, senza finzioni, senza filtri. E questo modo di vivere gli dà orecchie finissime e occhi trasparenti, senza che diventi un santo perché nel film è sempre evidente che Henry vive così per se stesso e innanzitutto a scopo difensivo. Henry ha carisma proprio perché ha un ascolto viscerale del dolore altrui, perché lo sente risuonare nel proprio. Ecco dove stava il punto: non tentare di spiegare agli altri la vita ma tentare di capire la propria. Questo apre la strada alla relazione, toglie di mezzo le regole e libera la verità.

L’empatia è un dono specifico e speciale di chi ha sofferto. Chi sa cosa significhi la parola dolore sa anche riconoscere dove si trova. Tony Kaye vaga zingaro con la camera in cerca d’amore. Sul suo percorso, attraverso Henry, incontriamo una giovanissima prostituta, una studentessa acuta e disperata, numerosi colleghi di lavoro. Tutti cercano qualcuno che li ami e li guidi, che li sorregga. Henry sente il peso di queste vite e non se ne difende. Spalanca la sua casa alla giovane prostituta senza nulla chiedere in cambio, si ferma a parlare con l’allieva difficile, partecipa a tutto e… non giudica mai.

Ho letto molte recensioni che esprimono perplessità su questo lavoro di Kaye. Le condivido quasi tutte. Cita altri film, in alcuni casi è schematico, stereotipato e tutto quello che si vuole. Ma ha preso Adrien Brody, ha condiviso con lui un’idea e glie l’ha fatta vivere addosso con una verità luminosa e struggente. Aveva un’emozione precisa che ha comunicato in modo suggestivo e scomposto, con poesia e intuizione.

Mi lascia l’immagine del precario, questo film. Il supplente precario per definizione. E mi viene in mente che da precario deriva pregare. Che dovrebbe significare quindi ricordare la propria precarietà, starci dentro consapevolmente. In questo senso il film di Kaye è anche una preghiera. A nessun dio, probabilmente, ma alla parte spirituale di noi che vuole dare e ricevere amore.

Radiografie – J. Edgar, di Clint Eastwood

Ci sono alcune mine che non bisogna pestare quando ci si incammina sul sentiero della biografia o del film che racconta una storia vera. Una delle tante è che non tutte le storie vere sono verosimili e che quindi proprio ciò che ti attira nel raccontarle è ciò che le danneggia a film finito. Un’altra è quella della fedeltà ai fatti. Perché i fatti non sono niente e sono sempre polarizzati da chi li guarda, per cui sei su un pericoloso bilico: o sei parziale o sei asettico. Terza mina è quella della ricostruzione degli anni che furono. Fedeltà al tempo della storia vera, insomma. Perché i tempi che c’erano a quel tempo – intendo tempi di dialogo, tempi di ascolto – non possono coincidere con i tempi narrativi di oggi. Quindi o sei noioso o sei infedele. Ennesima mina è quella ideologica. Il passato è spesso un passato rivisitato per fini politici. Ogni storia porta con sé un aspetto simile, ma quando la storia è parte della Storia diventiamo di colpo più sensibili.

Clint Eastwood non ha pestato nessuna di queste mine. E’ riuscito in quest’impresa grazie a una tecnica ormai diventata finissima e grazie ad un immenso amore. Ha trattato la storia di J. Edgar Hoover con un’umanità silenziosa e toccante. Senza la falsa preoccupazione di essere esaustivo – altra mina letale per chi fa un film biografico – ha piuttosto lavorato su una ferita profonda e dolorosa: quella della vergogna. Ha raccontato con un gruppo di attori formidabili la lotta massacrante di un uomo con i propri fantasmi. Una madre giudice e tetragona di fronte alla quale Edgar non avrà mai il coraggio di dichiarare la propria omosessualità. Un dolore e una vergogna, un’incapacità di accettare se stessi che lo perseguiteranno per tutta la vita. Che influenzeranno molte delle sue azioni pubbliche.

Il film di Eastwood è controllatissimo, come il protagonista. Severo, quasi trattenuto, con toni lividi e sommessi. Ed è proprio in questa estrema sorveglianza formale che la dolcezza di quest’amore omosessuale si fa strada inarrestabile. Il film si muove come il cuore di Edgar e alla fine come il nostro, mentre la presenza di Clyde – il secondo di Hoover, interpretato da Armie Hammer – pensa a squarciarlo portando l’amore con un viso aperto, sorridente e solare, che devasta con la sua naturalezza e la sua trasparenza la fitta rete di schermi, di argini, di contenitori ideologici che nel film diventano formali.

E’ la struggente parabola di un uomo dilaniato tra il senso di giustizia e il senso di colpa. L’esercizio della giustizia è di per sé un esercizio di contenimento del male: se il male non ci fosse non avrebbe senso parlare di giustizia. Il punto è che quando arriva un amore vero, forte, intenso e capace di durare nel tempo vieni chiamato in causa tu stesso. E i confini del bene e del male diventano sempre meno facili da distinguere. Senza trascurare l’altro polo drammatico, la segretaria di Hoover, Helen, interpretata da Naomi Watts con una debordante passione asciugata da un estremo rigore.

Liberato il campo narrativo da ogni sensualità già vista o – peggio – da ogni romanticismo, Eastwood ci mostra parti dei nostri amori, quelle che vorremmo, quelle che non vorremmo e quelle che abbiamo. Grazie alla sobrietà e alla sottrazione di tutte le cose facili da raccontare e da immaginare, i nostri occhi si aprono in una sistematica e crescente scoperta: di quante altre cose è fatto l’amore? Per esempio di amicizia. Questo è un film che può interrogarci in modo abbastanza preciso su noi stessi e sull’amore che stiamo vivendo: quanta amicizia c’è nella nostra relazione? Dove per amicizia non si intende come al solito complicità – e ai danni di chi poi? – ma per esempio discrezione e rispetto. Capacità di distanza, di riconoscere all’altro il suo proprio spazio di riservatezza, di diversità di opinione, di gusto. Amarsi può anche non essere difficile, per volersi bene ci vuole un grande coraggio. Per amicizia si intende – in questa storia omosessuale – la capacità di restare accanto dissentendo, di discutere non cercando di cambiare l’altro, di permettere alle sue parole di farsi strada dentro di noi anche se ci fanno male.

La forbice tra l’umanità di Hoover e la sua aberrazione personale, il suo ego che brucia nel tentativo di compensazione della sua ferita di vergogna così clamoroso e iperbolico, non muovono in noi altro che compassione, perché sentiamo il suo dolore. E’ che la legge garantisce dal male ma non garantisce la libertà interiore. Con questa comprensione generosa e matura, Eastwood ci racconta con amore un uomo per molti versi discutibile. Leonardo di Caprio, Naomi Watts e Armie Hammer sono fenomenali nella recitazione di due età molto lontane della vita che nel film continuano a giocare a ping pong. E diventano così due parti di noi, quella che lotta per affermarsi e quella che sta già perdonando e lasciando. La Storia è fatta di storie, di persone, di noi. Se riusciste a vederlo non doppiato potrebbe essere un’esperienza meravigliosa.

Radiografie – Mr Beaver, di Jodie Foster

Quanta parte di noi possiamo perdere rimanendo noi? Senza una mano, senza un occhio, senza tutto quello che ci fa sentire di essere quello che siamo. Con che cosa coincidiamo veramente? Che cosa di noi è essenzialmente noi? Mr. Beaver, l’ultimo film girato e recitato da Jodie Foster, ci pone questa domanda con la forza disarmata della verità. Walter Black, un uomo depresso e incapace di venire a capo di se stesso, conduce una fallimentare esperienza professionale alla guida della grande azienda di giocattoli ereditata dal padre. Vanno a rotoli sia l’azienda che la famiglia e il film parte dall’epilogo del matrimonio.

E’ attraverso il pupazzo di un castoro trovato nel bidone della spazzatura che Walter Black ricomincia a parlare con se stesso e quindi con gli altri. Vedere una parte di noi fuori di noi e poterci parlare ci permette di non identificarci con essa. Ma il gioco non può andare molto avanti. Non si può accettare in una vita familiare e coniugale una persona con un pupazzo sempre infilato sul braccio che risponde al posto e per conto suo.

Così, dopo le mille peripezie della storia – su e giù aziendali e familiari con complicazioni per il figlio maggiore che attraversa un amore difficile – la vita torna con la sua domanda primitiva: tu chi sei veramente?

Inutile perdersi nei rigiri della trama.

Il film di Jodie Foster non è del tutto riuscito. Non è un film indimenticabile ma contiene alcune cose indimenticabili. La prima è l’inquietudine che lo attraversa anche linguisticamente. Con una regia sempre composta – e un filo banale – Jodie Foster ci accompagna per un lungo tratto in una storia fondamentalmente per ragazzini. Famiglia che si ricompone con il pupazzo che parla in vece del padre. Poi però il film si frattura. Questa è la sua imperfezione maggiore e il suo maggior fascino. Walter capisce che non riesce più a controllare il pupazzo che prima lo aveva tanto aiutato. Ora il castoro si è preso tutta la sua persona ed è un vulcano di bizze e aggressività. La vita di Walter è perduta perché non è più libera. E’ così che arriva la svolta decisiva. Walter si sega il braccio – ormai usurpato dal pupazzo – con la sega elettrica del box. Le immagini non sono truculente, tutt’altro. Ma il film prende una traiettoria emotiva livida e affascinante.

Ci sono parti di noi che non riusciamo a correggere. Parti di noi che ci tengono schiavi. Parti che tengono in scacco la nostra libertà. Questo film parla della difficoltà e del coraggio di amputare quel che non riusciamo a cambiare. Molti elementi nel film fanno riferimento alla spazzatura e ai rifiuti. Il pupazzo come detto appare in un cassonetto e Walter ci si riconosce, lo prende perché sente che quello lì, quello trovato tra i rifiuti nel cassonetto di notte, è lui. E’ uno specchio. Il fatto che lui lo prenda ci mostra la direzione della sua volontà. Vuole uscirne, vuole tirarsi fuori come tira fuori dal cassonetto il pupazzo. Ma c’è come detto una parte davvero nera – Walter Black nel suo stesso nome – nel film. Quella del lutto cui Walter va incontro. Cambiare e uscire diversi da una situazione significa morire alla nostra identità precedente. Walter va davvero incontro ad una sorta di morte.

Poi c’è un’altra linea narrativa. Quella che racconta il rapporto tra padre e figlio. Walter e Porter. Nomi assonanti per suggerire la somiglianza. Porter affigge post it al muro della sua camera. Su ognuno annota una somiglianza che scopre di avere con suo padre. Nessuna di queste naturalmente è positiva. Il cammino del ragazzo verso la libertà è quindi ancora più difficile di quello del padre, entra in gioco la paura di essere segnato dentro, di essere sbagliato, di non poter essere se stesso in quanto già tarato dalla discendenza paterna. Tutto questo porta il ragazzo ad avere come orizzonte più l’indipendenza dalla figura paterna che la libertà vera e propria.

Nel finale si abbracceranno. Ho già letto in rete commenti negativi al riguardo: Jodie Foster buonista, melensa. Non sono d’accordo. Il percorso di Walter è duro e doloroso. E – forse con troppa semplicità simbolica – ci racconta di un personaggio che sceglie di separarsi da una parte di sé pur di non separarsi dagli altri. Ecco, qui forse c’è un primo orizzonte di libertà vera. Buttare via, sapersi staccare, saper dire addio a qualcosa che è sempre stata parte di noi. Accettarsi con il fallimento di non essere riusciti a guarire ogni ferita e ogni dipendenza. Era il rapporto con se stesso che mancava a Walter. Ora che l’ha raggiunto, ottiene di conseguenza anche quello con suo figlio.

E’ vero, il film sottolinea i nessi simbolici con troppa evidenza. Ma è un film per ragazzi – non piccoli – che tocca anche gli adulti che li accompagnano. Una certa facilità è opportuna in questi casi. Casomai mi pongo qualche domanda sull’inquietudine che questo lavoro lascia. Perché onestamente ho trovato il film mal posizionato con la pubblicità. Rischia di convocare in sala un pubblico non del tutto centrato e di lasciarlo turbato e perplesso. E’ un piccolo esperimento di confine, con Mel Gibson raramente così vero e Jodie Foster che fa giusto quel che deve, occupata a stare dietro la macchina da presa. Il filmone non le è riuscito ma ci manda via con un pensiero d’affetto verso quella parte di noi che sta nel cassonetto interiore della vergogna e del rifiuto. Un film solidale anche con i nostri lati sbagliati, anche con quelli con i quali non riusciamo ad essere solidali noi stessi.

Radiografie – Inception, di Cristopher Nolan – II parte

Serrature, combinazioni. Queste sono le difese più letali, più delle bombe. Perché organizzate da noi. Perché sono le cose che conosciamo e che abbiamo rimosso per il troppo dolore. Le strade per arrivare alla nostra verità sono dentro di noi. Roba grossa, pericolosa. Ma chiudere il Minotauro in un labirinto e gettarne le chiavi non si può, l’avevano capito già i Greci. Nessuna chiave è inarrivabile se si scava. Ci vuole il coraggio di trovarla e bisogna farlo in tempo utile. Ecco Fisher sbloccare il gigantesco muro blindato, eccolo aprire la porta su quel che nasconde a se stesso. Non andrò oltre nei dettagli naturalmente.

Dall’altra parte, Cobb. Al tavolo di cucina della sua vita sognata con la moglie morta. Parla con lei che gli chiede di rimanere lì, di non uscire dal sogno che insieme avevano costruito. Stupefacente come in un film così collettivo, fragoroso, arrembante, per due vie diverse i due personaggi principali si trovino ad affrontare la verità di se stessi in piena solitudine. In relazione con il padre e con la moglie, luoghi delle rispettive ferite profonde. Perché possiamo volerci tanto bene, possiamo sostenerci, accudirci, accompagnarci reciprocamente. Ma c’è un momento decisivo che è nostro. Profondamente, essenzialmente nostro. Dico essenzialmente perché è il momento che ci definisce.

Noi e la nostra paura. La nostra principessa fragile. Eccoci lì, cosa siamo. Alla fine di tanto superare muri e smontare  castelli ce l’abbiamo fatta. E la verità non ci piace, si tratta di dolore e di vergogna. Però incontrare la verità di noi stessi ci sveglia. Qui si innesta il paradosso più poetico del film che è anche il suo senso più semplice: siamo tanto più svegli quanto più siamo consapevoli di dormire. Di dormire il sonno della nostra idea del mondo, il sonno di quello che vogliamo dimenticare e che sogniamo di non sapere. O di quello che abbiamo capito benissimo e che vogliamo sognare diverso. Perché vederlo com’è ci farebbe troppo male.

Eppure, i due eroi ce la fanno. Guardano in faccia la propria paura. E la cosa strepitosa – oltre al loro momento privato e quasi meditativo all’interno di un film adrenalinico – è che nessuno dei due deve affrontare lotte. Entrambi disarmati. Entrambi esseri umani. Soli di fronte alla paura, senza lottare ma facendo una cosa ancor più difficile: riconoscendola per quello che è e accettandola. Sia Cobb che Fisher accettano di sentire il proprio lutto fino in fondo. Basta fughe. Per la prima volta stanno con quel che gli fa male sentendo che gli fa male e senza respingerlo.

Ed eccoli uscire più forti, senza più lotte, senza più nascondigli interiori. Verso il luminoso finale del film. In sala ho sentito un po’ di disappunto per una chiusura che sembra voler stare in bilico – alla lettera – non risolta. Invece secondo me il finale è netto, pulito, per niente ambiguo. Cobb torna sveglio, nel mondo reale nel senso fisico del termine. Ma ci torna come tutti noi. Con la propria configurazione del mondo. Torna come si può tornare: con il proprio sguardo sulle cose, con le proprie assegnazioni di valore, con il proprio punto di vista. Ora è più lucido di prima. Ora sa che vive la vita sognandola dal proprio sguardo. Ora, è sveglio.

Radiografie – Inception, di Cristopher Nolan – I parte

Un sogno dentro un sogno dentro un sogno. Funziona così quello che da più parti viene indicato come il film dell’anno e da qualcuno – me incluso per quel che vale – come papabile film del decennio. Inception è la storia di un viaggio nel più profondo livello dell’inconscio. Il movente è di genere: innestare in una persona un’idea che le rimanga dentro come fosse sua. Nel caso, si tratta di convincere un giovane rampollo a dividere l’impero aziendale paterno che sta per ereditare. Questa è la scatola narrativa di ferro che Nolan ha costruito affinché la poesia del suo film rimanesse saldamente inchiodata a un’evidenza concreta e non si perdesse in divagazioni generiche e astratte. Non affronto qui la trama perché oltremodo intricata e difficile, ma soprattutto perché tutta da vivere per chi non l’avesse visto e tutta saputa per gli altri.

Per entrare nel sogno di qualcuno e impiantare un’idea  nel suo inconscio, un livello di sogno non è sufficiente. Le difese sono ancora troppo alte. Occorre scendere di tre livelli. Sognare di sognare di sognare. Una cascata di puro inconscio. I personaggi si immergono progressivamente in questo sogno condiviso, i cui diversi livelli ci spostano per continente, clima, situazioni logistiche. Ma la logica di questa discesa dentro di sé rimane ferrea.

Il drive dell’azione principale è scardinare le difese di una persona. Anche le più profonde. Le difese sono attivazioni della paura. Pertanto sono aggressive, imprevedibili e furiose quando si scatenano. Sono metaforizzate di livello in livello dal clima, dai proiettili, dalle guardie del corpo, da agenti speciali, da armi più o meno sofisticate. Anche dalle parole e dai tranelli. Il punto è che entrare in un inconscio significa entrare in un sistema di assegnazioni di senso del tutto diverso dal nostro. Non si tratta di vedere il mondo con gli occhi dell’altro, significa proprio immergersi nel suo mondo. Da subito è chiaro che parlare di mondo significa parlare del mondo di ciascuno di noi. Che parlare di realtà significa poco e niente.

Qui c’è la prima punta poetica del film, secondo me. Ognuno di noi in un suo mondo – e non tutti nello stesso come ci piace credere – ma tutti noi con una logica estremamente condivisa. Tutti noi dilaniati tra la paura e  la voglia disperata di relazioni, con una sfiducia globale negli altri e con il segreto e remoto sogno di trovare un giorno qualcuno di cui fidarsi. Una sola profonda natura in infiniti mondi. Una sola logica. Un DNA. Condividiamo le cose concrete – un tavolo è un tavolo – e l’istinto profondo. Tutto il resto è un mondo a parte per ognuno di noi.

Il secondo tema forte del film è ciò che rimane uguale nell’approfondirsi dei livelli. Dal sogno ci si sveglia morendo, finché si tratta del primo livello. In un certo senso morire non è difficile o diciamo meglio non è la peggiore delle cose. La peggiore è il dolore. Il dolore e la paura di sentirlo sono il motore di tutte le difese che mettiamo in atto. Fisher vive mondi  inconsci nei quali ogni sorta di cosa serve a difendersi da questa possibilità. E la lotta è all’ultimo sangue.

E’ la storia dell’antica icona medievale: il cavaliere che si reca alla fortezza a cavallo con il giavellotto. Si tratta di liberare la principessa dalla torre. Una principessa che non ha mai visto. Perché giocarsi la vita per una sconosciuta? Perché è sconosciuta. E se la principessa prigioniera non è solo una principessa prigioniera ma rappresenta  la parte di sé che il cavaliere non conosce, la partita vale la conquista di un’identità. E la fortezza non è altro che la paura che sta dentro ognuno di noi, la paura di conoscere la nostra fragile principessa, la nostra vulnerabilità.

Ed eccoli, all’inizio del terzo livello del sogno, i nostri eroi non lontani dalla fortezza nella neve.  Cobb sta mirando con un fucile di alta precisione e osserva nel mirino. La ragazza gli chiede: – Cobb, cosa c’è laggiù? E lui: – Spero la verità che vogliamo per Fisher. La ragazza insiste: No io dico: cosa c’è per te? Thrilling e poesia vanno insieme rinforzandosi a vicenda in ogni passaggio. La fortezza è la fortezza di ognuno di noi e difende le paure specifiche di ognuno di noi. Che fortezza hai dentro? Cosa vedi oltre la cortina della tua paura? Cosa prende di mira il tuo fucile? (…continua…)

Radiografie – La vita al tempo della morte, di Andrea Caccia

Ho  visto il film di Andrea quest’estate, in un solitario pomeriggio milanese. La casa vuota e l’idea di un po’ di tempo davanti. Ora che è fresco di Mostra del Cinema di Venezia mi piace parlarne pubblicamente. Spero anzi di ricevere notizie su qualche posto in cui possa essere visto perché credo che arriverà in sala prima o poi, ma non essendo un film connivente con la corrente della facilità potrebbe non starci dei mesi.

Il film è in tre parti, ma non le chiamerei atti perché non si tratta di una storia. Anzi forse del suo contrario. Anziché procedere e far derivare gli eventi dai precedenti, anziché percorrere una linea emotiva dinamica, il film ci invita a stare. A re-stare e a so-stare. Quasi a sospendere ogni pensiero. I laghi piemontesi di questa prima parte sono seguiti per tutto un anno nel loro trasformarsi dal gelo al caldo delle stagioni. Una legge fuori di noi, che ci contiene, ci mantiene e ci determina, e una dentro di noi che guida il nostro sguardo, che è la mano di Andrea.

Come è fuori così è dentro, sembra. Man mano che le immagini di questa prima parte passavano in silenzio, solo con i rumori della natura, vedevo sempre meno le immagini e sentivo sempre di più trasformare il mio sguardo. Ho percepito come un invito a guardare il mio modo superficiale e frettoloso di guardare. Come se mi si dicesse: aspetta, taci un momento. Guardati intorno. Guarda di che cosa fai parte.

Poi inizia la seconda sezione del film. Primissimi piani di pazienti oncologici avanzati. E qui, invece, tante parole. Le loro. Dritte in macchina. Dritte a noi. Eppure mai aggressive, mai tendenziose o strumentalizzate. Difatti non saprei dire cosa ne pensi Andrea della morte piuttosto che del dolore. Sento che aveva bisogno di stare in ascolto e mi ci ha portato. Anziani, meno anziani. Giovani, giovanissimi. Volti e parole. Prima è stato fuori ora va dentro. La natura e l’uomo. La scatola e chi ci vive. Unici eppure parte di un tutto che forse ha un suo senso anche se ci sfugge.

L’ultima parte è nel box di Andrea. Sì, nel box. Suo padre – paziente oncologico morto di recente – faceva l’imbianchino. E il suo box era pieno di secchi di vernice, di pennelli, di attrezzi, ma poi anche di oggetti di memoria personale, di dischi, di giornali. Nel film Andrea in voce fuori campo dice: “Diceva sempre che l’avrebbe sistemato, un giorno o l’altro”. Ecco, questo mi ha colpito immensamente. Perché il film di Andrea interroga anche il mio modo di voler mettere a posto le cose. Qui il box diventa una radice di memoria e di storia. Un’identità cui Andrea e suo fratello si ricongiungono e letteralmente ridono e festeggiano la vita che fa il suo corso e partorisce il suo futuro.

Benedetto l’impegno non mantenuto del papà. Benedetta la giornata spesa a recuperare, dividere, riconoscere, ricordare, sentire dopo tanti anni. Benedetta questa restituzione della vita alla vita, anche se non coincide con la nostra idea di box ordinato. E grazie ad Andrea per questo lavoro che gli è costato anni di fatica senza restituirgli credo quasi nulla del denaro speso. Per me La vita al tempo della morte è uno splendido film sul tempo della vita.