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L’Ultima cosa bella – Brevi pensieri sul libro di Giada

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Da oltre vent’anni ascolto storie come quelle che sono state raccolte in questo libro. E fin qui ho capito poco e niente di che cosa significhi accompagnare alla morte, perché nessun racconto può sostituirsi alla vita.  Quindi che senso ha raccontare? Che cosa può fare un racconto per noi?

Raccontare ha la stessa radice di contare ed è vero: raccontare la morte può aiutarci a contare la vita. Si impara a contare ogni istante quando si impara che ogni istante conta. Si contano i giorni quando si sa che finiranno e quando si sa che finiranno li pesiamo uno a uno, momento per momento. Non è così paradossale quindi sperimentare che è l’idea della morte che ci risveglia alla vita.

Siamo città. Le città le abbiamo costruite noi e ci somigliano. Hanno un centro e hanno delle periferie. Le periferie sono il limite, il confine. È in centro che si trovano i negozi migliori, è in centro che si puliscono meglio le strade e che i buchi sull’asfalto vengono richiusi all’istante. E come preferiamo stare nelle zone più curate della città, così preferiamo stare nelle zone più curate di noi.

Giada e quelli come lei si curano della periferia. Del confine quasi sconosciuto perché da sempre poco frequentato. Finché il nostro corpo ci permette di stare al centro della vita non abbiamo né motivo né voglia di arrischiarci verso i limiti, verso la fine, verso le zone della nostra impotenza. La lunga storia dell’evoluzione ci ha consegnato un istinto rettile che ci ha salvaguardati, condotti, resi esperti dei rischi. E adesso vive annidato nella nostra cultura.

Ogni fatto di una storia – quindi anche di una vita – può essere osservato con l’ottica del cow boy e con quella dell’astronauta. Il cow boy vede il mondo da dentro e coglie l’immensità del deserto tutto attorno a lui. L’astronauta coglie la terra nel suo complesso. Questi racconti sono un continuo esercizio di passaggio dalla sella all’astronave. È l’immensità racchiusa nel dettaglio che ti proietta fra le stelle a guardare in un colpo tutto l’arco della vita. E viceversa è la considerazione più alta, spirituale e assoluta che ti spiega il dettaglio di un bicchiere, di un sorriso o di un bacio.

Ma abbiamo bisogno di questi racconti? C’è davvero bisogno di aggiungere dolore alle notizie quotidiane? Al disastro delle guerre e alle difficoltà concrete che ognuno di noi sperimenta? Per non parlare di chi fra noi ha già seguito qualche caro in questo viaggio. In questi anni di ascolto ho imparato che palliativo viene da pallio, cioè mantello. Il mantello con cui San Martino copriva i poveri riparandoli dal freddo. La cosa che mi ha sempre colpito di questo coprire è la differenza con il nostro coprire. Noi copriamo i morti. In questo siamo attentissimi. Anziché coprire i sofferenti con coperte, copriamo i cadaveri con lenzuola. Per rispetto del morto, diciamo. O in spregio della verità?

Come il pallio – ormai assai più sofisticato del mantello – viene posto sul paziente, in questi racconti il lenzuolo viene tolto dal cadavere. Senza nessun orrore. Senza nessun commento. Senza nessuna iperbole. Così come siamo. Come abbiamo fatto il viaggio e come siamo arrivati alla meta.

C’è un ultimo aspetto che mi colpisce. Che questi racconti in realtà non finiscono mai. Se i tuoi clienti sono quelli che muoiono, ne avrai per sempre. Questo mi fa pensare alla ripetizione. La ripetizione quotidiana di questi racconti che vanno ben al di là del libro. Qualunque cosa diventa noiosa se non c’è un cambiamento. E diciamocelo: qui va sempre a finire che muoiono. È una ripetizione inevitabile e spesso ciò che è inevitabile è anche necessario. Posso parlare solo per me, in questo caso. A cosa mi è servito ascoltare per vent’anni questi racconti che vanno sempre a finire in quel modo? A cosa mi serve questo libro? Che cosa cambia mentre niente cambia?

Di fronte a quel che rimane uguale posso cambiare il punto da cui guardo. Il punto di me da cui osservo le cose. Posso guardare dalla mia intelligenza, dalla mia speranza, dalla mia paura. Ecco a cosa serve, per me, ciò che non muta. A vedere ciò che muta in me. Il significato della morte mi sfugge e io non sfuggirò alla morte: non posso capirla ma posso domandarmi in quanti modi mi è possibile considerarla. A quali diverse profondità, in quali momenti diversi della mia esperienza. E allora sono arrivato al dunque di questi racconti e credo di ogni racconto che abbia in sé una verità: è me stesso che leggo in queste pagine, è me stesso che interrogo e frequento in queste parole.

Ringrazio Giada per tutta questa vita, ma anche l’infinita schiera dei morenti che sono passati dalle sue mani. Perché sono passati presenti, ogni giorno della nostra vita.

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