Continuare a nascere – brevi appunti in coda a Boulevard di Dito Montiel

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Quel che ci mostra il film di Dito Montiel è che nascere è un’azione che continua nel tempo. A giudicare dal pianto disperato dei neonati già dall’inizio è un’operazione faticosa, dolorosa e complicata. Un neonato non capisce la fame d’aria e di cibo che sente, ma si fida di quel che sente e grida con tutto il fiato che ha in corpo.

Poi la vita si evolve, la cultura le esperienze gli affetti le elaborazioni personali… e la fiducia che riconosciamo a quel pianto dentro di noi tende a diminuire. Certe volte quel pianto sembra scomparire del tutto. Ma non è vero, non scompare mai, continua anche se lo lasciamo inascoltato. La protesta per riuscire a nascere, a venire al mondo per quello che siamo continua fino all’ultimo respiro, quando vorremo poter morire così come saremo. Quel pianto dice una verità che precede ogni altra cosa della vita: nasciamo fragili, moriamo fragili. I nostri stati inziali e finali sono due stati arresi.

Ma in mezzo c’è l’esperienza di questa vita. Dopo essere venuti al mondo con il corpo è la nostra identità a dover fiorire. Il corpo serve a contenerla, a darle struttura. È giusto portare i bambini dai pediatri ma sarebbe importante occuparsi anche della loro specifica identità che deve venire al mondo.

Si può arrivare a 60 anni come Nolan, ma anche a molto di più, senza essersi occupati di quel bambino che grida dentro di noi. Possiamo non volere figli ma genitori di noi stessi lo dobbiamo diventare da subito. La misura del nostro amore per noi stessi è l’amore per quel bambino che piange. Sono le battaglie che siamo disposti a fare per lui. Veniamo catapultati in un mondo con un sistema di valori e di giudizio assolutamente distorti. Per fare solo un esempio primario: un bambino sano ciuccia la tetta finché è sazio, poi normalmente crolla addormentato. E si prepara a entrare in un mondo in cui si spende troppo per mangiare troppo e si spende ancora di più per dimagrire dal troppo che si è mangiato.

Gli ci vorranno delle dure battaglie per continuare a cibarsi di quello di cui ha fame davvero, per farlo nei tempi e nella misura che fanno per lui, per essere se stesso senza paura del giudizio del mondo. Il cibo diventa i libri, i film, la cultura, le idee, il lavoro, il vestito, la macchina, la casa, l’amore…. Questo bambino deve essere difeso dall’adulto che gli cresce accanto, dentro di noi. Ma è il bambino che conosce la verità. È il bambino che ha l’intuizione e che sente nella pancia quando è sì e quando è no.

Il bambino dentro di noi non smette di piangere e di soffrire, ma facilmente smette di gridare. La verità semplice di noi stessi sta là, con una pazienza infinita, con una speranza infinita. Attende che la nostra paura di accoglierla diminuisca, che i nostri filtri di ogni genere e tipo mollino la presa della coscienza e che la pretesa di diventare quel che volevamo essere lasci lo spazio all’accoglienza per quel che veramente siamo.

La verità esiste solo se viene comunicata nel tempo giusto. Nel luogo giusto. Nel modo giusto. Allineare queste tre situazioni, Nolan insegna, può richiedere 60 anni e anche di più. La cosa che mi commuove del film di Montiel è la tenerezza con cui Nolan accoglie questo se stesso tenuto in sala d’aspetto per tutti questi anni. Dispiace, ma nessun rimpianto: per aprire la porta bisogna essere pronti e non è in nostro potere decidere quando questo avverrà.

Se nessun genitore lo ha fatto, se nessun educatore ha potuto sopperire a questo buco, siamo noi che a una certa età dobbiamo avere la forza di questa carezza a noi stessi, di un abbraccio forte, che ci infonda coraggio. È in nome di quel bambino che sorge un adulto. In sua difesa e per suo amore. Quando sentiamo questa forza, questo rispetto per la fragilità di noi stessi, finalmente siamo adulti. E per quanto tardi possa avvenire nella nostra vita, l’energia che si sprigiona da un parto è radiosa e potente e si riverbera su tutto quello che c’è intorno.

Piccole note su un nuovo viaggio…

La mia prima lezione sulla creatività la ricevetti da ragazzo. Una professoressa mi disse: ricordati che creatività è l’anagramma di cattiveria. Sul momento mi sembrava una semplice gag, invece il tempo mi avrebbe insegnato che conteneva tutto un modo di pensare la creatività.

Negli anni successivi mi sarei sentito dire che creatività è colpire al cuore, tirare un pugno nello stomaco, bucare lo schermo, lasciare un segno, essere incisivi e molto altro ancora. Tutte espressioni che hanno molto più a che fare con un sistema di riferimento bellico che con un evento vitale. In più c’era quest’aria diffusa per cui un autore doveva essere incazzato. Se non eri incazzato non sapevi di niente.

Molti anni dopo mi trovavo in un’agenzia di pubblicità, nella quale tentavo la strada del copywriter. Povera agenzia e povero me. Una mattina, i miei colleghi creativi e io, trovammo una mail mandata urbi et orbi dal Direttore Creativo. In questa mail ci si spiegava il significato profondo della parola creatività. “Il senso della creatività risiede nelle due parole che la compongono: creati – vità. Cioè: creati una vita con l’accento”. Credo volesse dirci qualcosa sul vivere a occhi spalancati, sul non accettare la banalità, sul navigare sempre la cresta dell’onda.

Questa seconda lezione mi ha spiegato la prima. La creatività era davvero l’anagramma di cattiveria e il Direttore Creativo era il più cattivo di tutti!

Di per sé in queste indicazioni non c’era niente di particolarmente sbagliato. Ma nemmeno qualcosa di particolarmente utile al nostro rapporto con la creatività. Nel primo caso c’era la scuola dell’affermazione nel mondo. La creatività doveva colpire a tutti i costi. Quindi la creatività non era colta nel suo processo ma nel suo possibile esito. Nel secondo caso sembrava connessa a uno stile di vita emozionante e più o meno glamour. Ma ancora una volta per me non c’era niente di utile a capire come funzionasse la mia profondità e come avrei potuto connettermici.

Ci sono voluti ancora un po’ di anni perché iniziasse per me un rapporto vero e profondo con la mia creatività e con la creatività in generale. Un percorso fatto di scoperte semplici ma che non è stato semplice mettere in fila per il verso “giusto” – sempre che ce ne sia uno.

La prima delle scoperte semplici è che da una donna possono nascere un maschio o una femmina, un figlio solo o più figli insieme. E’ più difficile che nasca un pappagallo. Se la creatività ha a che vedere con la nostra capacità di mettere al mondo, la natura ci è maestra: l’albicocco fa albicocche. Ci siamo noi in quello che scriviamo, che giriamo, che montiamo. Una donna è presente nella sua gravidanza con tutte le proprie viscere. Minuto per minuto per ogni giorno dei nove mesi. E poi mette al mondo un essere che è altro da lei ma che ha molto di lei, che la rispecchia e che se ne differenzia. Arrivare a quel momento, al parto, è stato un cammino che ha richiesto tempo. E una serie di passaggi complessi.

Il viaggio dell’Eroe verso se stesso è un viaggio di ritorno. E quindi è da qui che parte perché è qui che ritorna: a se stesso. La cosa può essere una buona notizia ma anche no, dipende da che tipo di luogo è quel se stesso. Se è un luogo d’amore, di pienezza e di luce o un luogo di paura, di doppi fondi, di baratri. Per fare un viaggio bisogna averne voglia e non abbiamo mai voglia di entrare nella stanza più disordinata e sporca della casa. Insomma, dipende da com’è questa stanza interna in cui abita il nostro se stesso. Ecco. Questo non me l’avevano spiegato né professori né direttori creativi: la creatività è un atto di sconsiderato amore e di coraggio. Sei tu che metti al mondo tutto quello che è venuto al mondo con te. Che tu lo conosca o no. Che ti piaccia o no. Che abbia successo o no. (….)

L’Ultima cosa bella – Brevi pensieri sul libro di Giada

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Da oltre vent’anni ascolto storie come quelle che sono state raccolte in questo libro. E fin qui ho capito poco e niente di che cosa significhi accompagnare alla morte, perché nessun racconto può sostituirsi alla vita.  Quindi che senso ha raccontare? Che cosa può fare un racconto per noi?

Raccontare ha la stessa radice di contare ed è vero: raccontare la morte può aiutarci a contare la vita. Si impara a contare ogni istante quando si impara che ogni istante conta. Si contano i giorni quando si sa che finiranno e quando si sa che finiranno li pesiamo uno a uno, momento per momento. Non è così paradossale quindi sperimentare che è l’idea della morte che ci risveglia alla vita.

Siamo città. Le città le abbiamo costruite noi e ci somigliano. Hanno un centro e hanno delle periferie. Le periferie sono il limite, il confine. È in centro che si trovano i negozi migliori, è in centro che si puliscono meglio le strade e che i buchi sull’asfalto vengono richiusi all’istante. E come preferiamo stare nelle zone più curate della città, così preferiamo stare nelle zone più curate di noi.

Giada e quelli come lei si curano della periferia. Del confine quasi sconosciuto perché da sempre poco frequentato. Finché il nostro corpo ci permette di stare al centro della vita non abbiamo né motivo né voglia di arrischiarci verso i limiti, verso la fine, verso le zone della nostra impotenza. La lunga storia dell’evoluzione ci ha consegnato un istinto rettile che ci ha salvaguardati, condotti, resi esperti dei rischi. E adesso vive annidato nella nostra cultura.

Ogni fatto di una storia – quindi anche di una vita – può essere osservato con l’ottica del cow boy e con quella dell’astronauta. Il cow boy vede il mondo da dentro e coglie l’immensità del deserto tutto attorno a lui. L’astronauta coglie la terra nel suo complesso. Questi racconti sono un continuo esercizio di passaggio dalla sella all’astronave. È l’immensità racchiusa nel dettaglio che ti proietta fra le stelle a guardare in un colpo tutto l’arco della vita. E viceversa è la considerazione più alta, spirituale e assoluta che ti spiega il dettaglio di un bicchiere, di un sorriso o di un bacio.

Ma abbiamo bisogno di questi racconti? C’è davvero bisogno di aggiungere dolore alle notizie quotidiane? Al disastro delle guerre e alle difficoltà concrete che ognuno di noi sperimenta? Per non parlare di chi fra noi ha già seguito qualche caro in questo viaggio. In questi anni di ascolto ho imparato che palliativo viene da pallio, cioè mantello. Il mantello con cui San Martino copriva i poveri riparandoli dal freddo. La cosa che mi ha sempre colpito di questo coprire è la differenza con il nostro coprire. Noi copriamo i morti. In questo siamo attentissimi. Anziché coprire i sofferenti con coperte, copriamo i cadaveri con lenzuola. Per rispetto del morto, diciamo. O in spregio della verità?

Come il pallio – ormai assai più sofisticato del mantello – viene posto sul paziente, in questi racconti il lenzuolo viene tolto dal cadavere. Senza nessun orrore. Senza nessun commento. Senza nessuna iperbole. Così come siamo. Come abbiamo fatto il viaggio e come siamo arrivati alla meta.

C’è un ultimo aspetto che mi colpisce. Che questi racconti in realtà non finiscono mai. Se i tuoi clienti sono quelli che muoiono, ne avrai per sempre. Questo mi fa pensare alla ripetizione. La ripetizione quotidiana di questi racconti che vanno ben al di là del libro. Qualunque cosa diventa noiosa se non c’è un cambiamento. E diciamocelo: qui va sempre a finire che muoiono. È una ripetizione inevitabile e spesso ciò che è inevitabile è anche necessario. Posso parlare solo per me, in questo caso. A cosa mi è servito ascoltare per vent’anni questi racconti che vanno sempre a finire in quel modo? A cosa mi serve questo libro? Che cosa cambia mentre niente cambia?

Di fronte a quel che rimane uguale posso cambiare il punto da cui guardo. Il punto di me da cui osservo le cose. Posso guardare dalla mia intelligenza, dalla mia speranza, dalla mia paura. Ecco a cosa serve, per me, ciò che non muta. A vedere ciò che muta in me. Il significato della morte mi sfugge e io non sfuggirò alla morte: non posso capirla ma posso domandarmi in quanti modi mi è possibile considerarla. A quali diverse profondità, in quali momenti diversi della mia esperienza. E allora sono arrivato al dunque di questi racconti e credo di ogni racconto che abbia in sé una verità: è me stesso che leggo in queste pagine, è me stesso che interrogo e frequento in queste parole.

Ringrazio Giada per tutta questa vita, ma anche l’infinita schiera dei morenti che sono passati dalle sue mani. Perché sono passati presenti, ogni giorno della nostra vita.

Jonathan Demme – Non mi avevano detto dell’amore.

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Quel giorno di primavera del 1991 dovevo capire una serie di cose che il destino aveva in serbo per me. Ma non c’erano cartelli ad avvisarmi, quindi finii in fondo alla sala, da solo come sempre, in attesa di vedere questo thriller che sembrava essere un buon film dato il successo ma comunque sempre roba americana era.

Due ore dopo avevo vissuto la mia prima volta. La prima volta in cui avevo davvero fatto l’amore con un film. Avevo appena visto Il Silenzio degli Innocenti. Qualcosa di simile era successo anche con La signora della porta accanto, di Truffaut. Ma quando lo vidi era già stato proclamato capolavoro e la visione era su un piccolo monitor della Sormani di Milano. Qui ero al cinema, a vedere una prima visione. Qui non si prevedevano momenti epici.

Invece a 23 anni, appena uscito dalla Paolo Grassi, ricevevo una contro-lezione memorabile. Dopo anni passati a sentirmi dire che per fare una regia bisogna sapere bene cosa si vuol comunicare, assistevo a un film semplicemente mostruoso in cui era chiaro che dietro tanta sapienza linguistica e tecnica ci fosse un uomo pazzo d’amore per i suoi personaggi e per i suoi attori. Un uomo che correva a perdifiato per stare vicino ai loro sospiri, alle loro mezze parole, alle occhiate, ai passaggi quasi casuali che casuali non sono mai.

Non mi avevano detto tutto, ma erano stati onesti perché comunque mi avevano detto quello che avevano capito. Lui era oltre. Jonathan Demme parlava d’amore. E certo che sapeva benissimo cosa voleva dire, certo che organizzava i segni linguistici come un dio. Ma questo veniva dopo la cosa fondamentale. E cioè il suo desiderio disperato di loro: dei personaggi che raccontava, delle loro transazioni emotive, il suo desiderio di capire.

Ecco, il desiderio di capire. Che è fondamentale perchè rovescia l’approccio. Quando desidero è perché non ho. Desiderare di capire significa non aver capito. Un film va girato sbracciandosi nell’ignoranza per uscirne. E’ la lotta disperata per vedere quando non si vede, per sapere quando non si sa, per credere quando non si crede. Ma che cosa passa nella testa di Clarice quando accetta l’asciugamano da Hannibal? E’ un passaggio fondamentale nella vita di tutti noi: che cosa fai quando la parte oscura di te ti porge aiuto?

Il controllo di Jonathan Demme è inarrivabile. Perché si limita ad esercitarsi su quello su cui va esercitato. La sua camera contempla il dramma di fondo. Sintatticamente è ineccepibile, drammaticamente non parteggia. Non dice cosa bisognerebbe fare dire o pensare nella vita. Non commenta. Non invade. La sua camera sta accanto, appresso, vicina alla vita. La sente con la pancia.

Amare Hannibal Lecter come lo ama Jonathan Demme, così visceralmente, significa amare di noi anche la parte più oscura, pericolosa e perversa. E se amiamo di noi anche le parti più nere, l’amore vince. Ecco cosa non mi avevano detto a scuola. In nessuna delle scuole: non mi avevano detto dell’amore. Del sentimento sì, del desiderio tantissimo. Dell’odio anche, molto. Dell’amore mai. Del coraggio inconsciente che ci vuole per buttarsi senza riserve alla ricerca dell’altro, perché l’altro sta conducendo la sua battaglia e la sua battaglia appartiene anche a te, se credi che siamo esseri viventi dello stesso mondo.

In questo momento credo che una delle parole più usate sull’intero pianeta sia la parola “diritto”. Si difendono giustamente i diritti di tutti e tutti i diritti. E questo clima si infiltra anche nelle storie. Ottima cosa il diritto. Ma se prendiamo Philadelphia ci rendiamo conto che nessun diritto – pur essendo necessario – è sufficiente a restituire un uomo a se stesso. C’è una dimensione che è quella essenziale e che è totalmente, scandalosamente gratuita. Che è donata o non donata liberamente e imperscrutabilmente dalla vita. Tutti – per parlare di Philadelphia – hanno diritto di essere curati e rispettati. Nessuno ha diritto alla salute. La salute è un dono e per distribuirla la vita non segue statuti.

Jonathan Demme mi ha detto dell’amore. La sua camera che freme attorno al personaggio, che pende dalle sue labbra, che si sfinisce a rincorrere per stare dentro la vita. E l’altra faccia della medaglia? L’aspetto linguistico così peculiare di Demme? La sua precisione Bachiana? Sembrerebbe matematica, altro che non essere certi di quel che si vuole dire. Quella, in realtà, è la cura che lui si prende di noi. Il linguaggio tecnicamente inteso non è in alternativa all’amore viscerale e incontrollato per i personaggi, perché il linguaggio non entra nel merito del nostro rapporto con loro: si occupa di trasferire questo rapporto a chi guarda. E’ il tramite. E’ attenzione a noi.

Sul set la camera non molla il personaggio, sullo schermo il fraseggio non molla noi. Noi siamo l’altra parte del suo amore. Vuole che dentro la camera ci siano i nostri occhi, ci sia il nostro cuore, ci siano i nostri pensieri. Il suo miracolo è che noi siamo lì. Siamo veramente lì con lui in mezzo ai suoi personaggi. Ci rende testimoni. Ci mette in pericolo. Ci sveglia.

Bisognerebbe fare una prova concreta, mettersi lì con un suo film e guardarlo, fermarsi, osservare, considerare. Rendersi conto di quanto amore. Lui è l’evidenza del fatto che i personaggi esistono quando e quanto sono amati. Come gli altri dentro di noi e come noi dentro gli altri. Esistiamo a intermittenza, a volte più incisi a volte sbiaditi.

Jonathan Demme ci ricorda che siamo vivi. Che ogni parte di noi lo è. Che ogni parte che decideremo di raccontare almeno a noi stessi vivrà e che ogni parte che taceremo morirà.

Grazie Maestro, per non aver mollato un secondo la presa sulla vita profonda di ognuno di noi.

 

L’inascoltabile, indispensabile Zanzara di Cruciani e Parenzo.

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La Zanzara è un programma che va in onda tutte le serie feriali su Radio24 prima di cena. Parlarne male è facile, parlarne malissimo ancora di più. Lo fanno in molti infatti. E in parte anch’io trovo giusto, etico e civile che un programma così venga attaccato. Non mi soffermo sulle critiche perché chi lo ha ascoltato almeno una volta si annoierebbe e chi non l’ha mai ascoltato non capirebbe. In ogni caso volgarità, scorrettezze dialettiche al limite del paradosso, gogne mediatiche e fiumi di chiacchiere si sprecano tutte le sere.

Se dico tutte le sere è perché spesso mi capita di ascoltare La Zanzara – mai per intero onestamente.

Qualcuno li ha recentemente attaccati definendo il programma una fogna. Senza rendersi conto, forse, che nessuna città può stare senza una fogna. Che il ruolo della fogna è un ruolo fondamentale, che serve a rendere vivibile tutta la comunità. A renderla credibile. Non solo ogni città, ma anche ogni organismo ha una fogna interna e deve prendersene cura con molta attenzione se vuole sopravvivere.

Fare la fogna è un ruolo delicato e sottile, per quanto strano possa sembrare. Anticamente c’era la figura del buffone, che aveva un potere che nessun consigliere del re poteva neanche sognare: poteva dire quello che voleva. Poteva sfottere, insultare, smascherare. E non veniva punito per due motivi: perché ridendo diceva la verità e perché diceva la verità ridendo.

Ora la domanda è: perché il re ha sempre lasciato parlare il buffone? Perché il buffone in modo ufficialmente inoffensivo – il buffone non è un capopolo, non è armato, non è ideologico e qui possiamo pensare a Grillo, che nella misura in cui diventa ideologico perde proprio la sua forza comica – in modo inoffensivo, dicevo, svela al re che cosa pensa la gente. Se la gente non si riconosce nelle sue parole, non ride. Quindi il re dal buffone ha una voce di popolo che nessuno del popolo osa dirgli direttamente, proprio perché nessuno del popolo ha l’immunità del buffone.

In particolare, il buffone ha la capacità storica di svelare la religiosità del popolo e del re. Non quella ufficiale e riconosciuta che afferisce a Dio e alla Chiesa, ma quella trasversale e inconsapevole. In quest’epoca di celebrazione del libero arbitrio, dell’autodeterminazione, della libertà di pensiero di parola e di azione, identificare quali siano i luoghi di culto laico non riconosciuti non è un lavoro da poco. Ed è un lavoro pericoloso.

La Zanzara si abbatte con la clava sui mondi animalisti, a volte su quelli omosessuali, sui mondi dell’immigrazione e soprattutto dell’accoglienza agli immigrati, sul discorso sociale intorno al femminicidio, sulla difesa personale con le armi da fuoco e su altri ancora. Lo dico francamente: spesso sono infastidito dai toni, anzi quasi sempre. Ma bisogna distinguere il fastidio che sentiamo per il metodo da quello che sentiamo per il merito.

Il buffone è scurrile ma il fastidio che sento è davvero per il suo linguaggio? Non c’è in questo linguaggio qualcosa che mi dà ancor più fastidio, qualcosa che non voglio sentirmi dire, qualcosa che viola la religiosità laica e non consapevole del nostro tempo? Una perplessità su uno dei mondi citati sopra, per esempio, mi fa saltare i nervi ancor prima di averla sentita?

Ecco, La Zanzara, con la formula antica della strana coppia, che da Stanlio e Ollio a Peppone e Don Camillo e mille altri funziona sempre, va a sondare quella zona di noi allineata e coperta con la cultura dominante. Pochi, credo pochissimi degli ascoltatori che intervengono hanno idea di questo. Ce l’hanno senz’altro di più quelli che la ascoltano. La Zanzara è pura rappresentazione, come quella del giullare. Cosa pensi davvero Cruciani, cosa pensi Parenzo, non solo non è intellegibile ma è del tutto inutile saperlo. Incarnano due voci dominanti del paese e sdoganati dal gioco si permettono cose altrove impensabili. Sono maschere, sono la strana coppia.

Una cosa, però, voglio opinarla davvero in questo microscopico spazio. Non molto tempo fa intervenne Vittorio Sgarbi, come avviene talvolta. Parlò della sua vita sessuale sostenendo che non usava il profilattico perché statisticamente al primo incontro tra due organismi è molto difficile che si passi il virus dell’hiv. La miglior precauzione quindi sarebbe quella di fare sesso senza profilattico ma solo una volta con ogni donna. Sintetizzava questa brillante filosofia con la battuta “Toccata e figa”.

So che una trasmissione non deve necessariamente farsi carico dell’educazione sessuale degli ascoltatori. Ma questa cosa l’ho trovata di una gravità senza scuse. Un programma può essere ascoltato da chiunque e a qualunque età. La Zanzara ha la meravigliosa spregiudicatezza degli adolescenti che dicono quello che pensano, non sempre la saggezza degli adulti che pensano a quello che dicono. Idee di questo genere non devono essere messe in giro nemmeno per scherzo. Al di là del maschilismo insopportabile che manifestano, ma questo naturalmente è solo un parere. Una volta detta una cosa del genere si sarebbe dovuto chiamare un infettivologo, dargli spazio, recuperare. Perché il virus galoppa. Anche sulla stupidità. Lì ho sentito che nonostante i giullari, nonostante la rappresentazione, nonostante tutti i nonostante, la Zanzara aveva davvero perso la rotta.

Auguro comunque a ogni società umana, inclusa e forse prima assoluta la famiglia, di avere molto a cuore le proprie fogne, i canali di scarico in cui dire tutto quello che non va potendo sfogare, piangere, urlare, pestando i pugni quando necessario. Stiamo imparando a smaltire i rifiuti, abbiamo capito che sotterrarli e negarli non serve: ora li distinguiamo, li separiamo, li disponiamo. Dobbiamo cominciare a farlo anche con tutto quello che ci si muove dentro.

La gestione del vuoto in Manchester by-the-sea

È mezzanotte e trentadue. Lee è a letto ma non riesce a dormire. È appena morto suo fratello Joe e lui ne sta ospitando il figlio sedicenne – Patrick – dato che la madre è lontana da molti anni. Patrick ha portato con sé anche la sua ragazza. Sono nell’altra camera, lei dorme e lui scrive alla madre assente che il papà è morto. È un quadro di solitudine siderale. È notte nella vita di tutti questi personaggi.

La mattina dopo, Lee si informa con le pompe funebri per sistemare il funerale. Lonergan crea un quadro perfetto. Linea di fuga centrale dei muri e dei mobili della cucina. Lee a sinistra macchina e a destra la sedia vuota. L’elemento che sbilancia, che guasta la simmetria è l’assenza. È di questo che stiamo parlando.

Arriva la fidanzata di Patrick e si prepara la colazione. Sedendosi riempie il vuoto della sedia a destra ma nel contempo appoggia una tovaglietta anche per Patrick e questo ricrea un’assenza.

Poi Patrick arriva: è una macchia rossa che si staglia nell’inquadratura. Posa sul tavolo una tazza rossa che ne rinforza il volume. Patrick è l’emozione. Per quanto repressa, tenuta a bada, nascosta. Patrick ribolle di rabbia verso la vita e nemmeno lui sa quanto.

Al telefono continua la trattativa sul cadavere, finché la ragazza sgrida sottovoce Lee e lo manda di là. Non è giusto che Patrick senta questi discorsi sul padre. Lee non discute: si alza e si allontana continuando a parlare. E la ragazza fa un’affermazione di valori: non è possibile avere in testa solo le cose pratiche ed economiche. Ma l’elemento fondamentale della scena è lo spostamento del vuoto. Ora il vuoto è finito a sinistra macchina. Riguardando questi tre scatti è più facile capirlo.

Ecco perché Patrick e la ragazza sono quasi allineati, quasi impallati. Perché devono pesare nell’inquadratura quanto Lee, cioè quanto una persona sola. Adesso l’inquadratura è ribaltata e noi sentiamo che per Lee è impossibile sedere al tavolo con qualcuno. O c’è lui o ci sono gli altri.

Lee non ha scelto di andare di là: ci è stato mandato. È una struttura narrativa potente. Lui dovrebbe essere il responsabile. È il fratello del morto, è il più adulto, è il padrone di casa. Ma vince questa nuova coppia – che chissà se avrà un futuro – che già da subito definisce regole relazionali, codici di comunicazione. E che dà ordini. È il figlio che viene mandato di là in castigo se si comporta male a tavola, non il padre. E qui cominciamo a toccare il vero problema di Lee. Non essere mai diventato padre. È una cosa per la quale avere dei figli non basta. Ma la vedremo più avanti.

Rimane decisiva quest’assenza finale di Lee. C’è quasi un nesso causale tra inizio e fine della scena:

Non ci sono gli altri (inizio con sedia vuota a destra) perché non ci sei tu (fine scena, vuoto a sinistra).

E perché Lee non c’è? Perché, come dicevamo, sarebbe toccato a lui essere padre, protettivo, accudente. Ma Lee si occupa delle cose senza preoccuparsi delle persone. Si occupa di chi è morto ma non pensa a chi è vivo. Non è cattivo: proprio non lo sa fare. Si assenta, si occupa dei morti e viene cacciato dalla cucina. E non è l’unico a fare così in quel di Manchester.

Dall’allenatore all’avvocato ai passanti: nessuno si fa toccare dalla vita se appena può evitarlo.

Manchester by-the-sea è l’Universo dei padri mancati.