Jonathan Demme – Non mi avevano detto dell’amore.

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Quel giorno di primavera del 1991 dovevo capire una serie di cose che il destino aveva in serbo per me. Ma non c’erano cartelli ad avvisarmi, quindi finii in fondo alla sala, da solo come sempre, in attesa di vedere questo thriller che sembrava essere un buon film dato il successo ma comunque sempre roba americana era.

Due ore dopo avevo vissuto la mia prima volta. La prima volta in cui avevo davvero fatto l’amore con un film. Avevo appena visto Il Silenzio degli Innocenti. Qualcosa di simile era successo anche con La signora della porta accanto, di Truffaut. Ma quando lo vidi era già stato proclamato capolavoro e la visione era su un piccolo monitor della Sormani di Milano. Qui ero al cinema, a vedere una prima visione. Qui non si prevedevano momenti epici.

Invece a 23 anni, appena uscito dalla Paolo Grassi, ricevevo una contro-lezione memorabile. Dopo anni passati a sentirmi dire che per fare una regia bisogna sapere bene cosa si vuol comunicare, assistevo a un film semplicemente mostruoso in cui era chiaro che dietro tanta sapienza linguistica e tecnica ci fosse un uomo pazzo d’amore per i suoi personaggi e per i suoi attori. Un uomo che correva a perdifiato per stare vicino ai loro sospiri, alle loro mezze parole, alle occhiate, ai passaggi quasi casuali che casuali non sono mai.

Non mi avevano detto tutto, ma erano stati onesti perché comunque mi avevano detto quello che avevano capito. Lui era oltre. Jonathan Demme parlava d’amore. E certo che sapeva benissimo cosa voleva dire, certo che organizzava i segni linguistici come un dio. Ma questo veniva dopo la cosa fondamentale. E cioè il suo desiderio disperato di loro: dei personaggi che raccontava, delle loro transazioni emotive, il suo desiderio di capire.

Ecco, il desiderio di capire. Che è fondamentale perchè rovescia l’approccio. Quando desidero è perché non ho. Desiderare di capire significa non aver capito. Un film va girato sbracciandosi nell’ignoranza per uscirne. E’ la lotta disperata per vedere quando non si vede, per sapere quando non si sa, per credere quando non si crede. Ma che cosa passa nella testa di Clarice quando accetta l’asciugamano da Hannibal? E’ un passaggio fondamentale nella vita di tutti noi: che cosa fai quando la parte oscura di te ti porge aiuto?

Il controllo di Jonathan Demme è inarrivabile. Perché si limita ad esercitarsi su quello su cui va esercitato. La sua camera contempla il dramma di fondo. Sintatticamente è ineccepibile, drammaticamente non parteggia. Non dice cosa bisognerebbe fare dire o pensare nella vita. Non commenta. Non invade. La sua camera sta accanto, appresso, vicina alla vita. La sente con la pancia.

Amare Hannibal Lecter come lo ama Jonathan Demme, così visceralmente, significa amare di noi anche la parte più oscura, pericolosa e perversa. E se amiamo di noi anche le parti più nere, l’amore vince. Ecco cosa non mi avevano detto a scuola. In nessuna delle scuole: non mi avevano detto dell’amore. Del sentimento sì, del desiderio tantissimo. Dell’odio anche, molto. Dell’amore mai. Del coraggio inconsciente che ci vuole per buttarsi senza riserve alla ricerca dell’altro, perché l’altro sta conducendo la sua battaglia e la sua battaglia appartiene anche a te, se credi che siamo esseri viventi dello stesso mondo.

In questo momento credo che una delle parole più usate sull’intero pianeta sia la parola “diritto”. Si difendono giustamente i diritti di tutti e tutti i diritti. E questo clima si infiltra anche nelle storie. Ottima cosa il diritto. Ma se prendiamo Philadelphia ci rendiamo conto che nessun diritto – pur essendo necessario – è sufficiente a restituire un uomo a se stesso. C’è una dimensione che è quella essenziale e che è totalmente, scandalosamente gratuita. Che è donata o non donata liberamente e imperscrutabilmente dalla vita. Tutti – per parlare di Philadelphia – hanno diritto di essere curati e rispettati. Nessuno ha diritto alla salute. La salute è un dono e per distribuirla la vita non segue statuti.

Jonathan Demme mi ha detto dell’amore. La sua camera che freme attorno al personaggio, che pende dalle sue labbra, che si sfinisce a rincorrere per stare dentro la vita. E l’altra faccia della medaglia? L’aspetto linguistico così peculiare di Demme? La sua precisione Bachiana? Sembrerebbe matematica, altro che non essere certi di quel che si vuole dire. Quella, in realtà, è la cura che lui si prende di noi. Il linguaggio tecnicamente inteso non è in alternativa all’amore viscerale e incontrollato per i personaggi, perché il linguaggio non entra nel merito del nostro rapporto con loro: si occupa di trasferire questo rapporto a chi guarda. E’ il tramite. E’ attenzione a noi.

Sul set la camera non molla il personaggio, sullo schermo il fraseggio non molla noi. Noi siamo l’altra parte del suo amore. Vuole che dentro la camera ci siano i nostri occhi, ci sia il nostro cuore, ci siano i nostri pensieri. Il suo miracolo è che noi siamo lì. Siamo veramente lì con lui in mezzo ai suoi personaggi. Ci rende testimoni. Ci mette in pericolo. Ci sveglia.

Bisognerebbe fare una prova concreta, mettersi lì con un suo film e guardarlo, fermarsi, osservare, considerare. Rendersi conto di quanto amore. Lui è l’evidenza del fatto che i personaggi esistono quando e quanto sono amati. Come gli altri dentro di noi e come noi dentro gli altri. Esistiamo a intermittenza, a volte più incisi a volte sbiaditi.

Jonathan Demme ci ricorda che siamo vivi. Che ogni parte di noi lo è. Che ogni parte che decideremo di raccontare almeno a noi stessi vivrà e che ogni parte che taceremo morirà.

Grazie Maestro, per non aver mollato un secondo la presa sulla vita profonda di ognuno di noi.

 

L’inascoltabile, indispensabile Zanzara di Cruciani e Parenzo.

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La Zanzara è un programma che va in onda tutte le serie feriali su Radio24 prima di cena. Parlarne male è facile, parlarne malissimo ancora di più. Lo fanno in molti infatti. E in parte anch’io trovo giusto, etico e civile che un programma così venga attaccato. Non mi soffermo sulle critiche perché chi lo ha ascoltato almeno una volta si annoierebbe e chi non l’ha mai ascoltato non capirebbe. In ogni caso volgarità, scorrettezze dialettiche al limite del paradosso, gogne mediatiche e fiumi di chiacchiere si sprecano tutte le sere.

Se dico tutte le sere è perché spesso mi capita di ascoltare La Zanzara – mai per intero onestamente.

Qualcuno li ha recentemente attaccati definendo il programma una fogna. Senza rendersi conto, forse, che nessuna città può stare senza una fogna. Che il ruolo della fogna è un ruolo fondamentale, che serve a rendere vivibile tutta la comunità. A renderla credibile. Non solo ogni città, ma anche ogni organismo ha una fogna interna e deve prendersene cura con molta attenzione se vuole sopravvivere.

Fare la fogna è un ruolo delicato e sottile, per quanto strano possa sembrare. Anticamente c’era la figura del buffone, che aveva un potere che nessun consigliere del re poteva neanche sognare: poteva dire quello che voleva. Poteva sfottere, insultare, smascherare. E non veniva punito per due motivi: perché ridendo diceva la verità e perché diceva la verità ridendo.

Ora la domanda è: perché il re ha sempre lasciato parlare il buffone? Perché il buffone in modo ufficialmente inoffensivo – il buffone non è un capopolo, non è armato, non è ideologico e qui possiamo pensare a Grillo, che nella misura in cui diventa ideologico perde proprio la sua forza comica – in modo inoffensivo, dicevo, svela al re che cosa pensa la gente. Se la gente non si riconosce nelle sue parole, non ride. Quindi il re dal buffone ha una voce di popolo che nessuno del popolo osa dirgli direttamente, proprio perché nessuno del popolo ha l’immunità del buffone.

In particolare, il buffone ha la capacità storica di svelare la religiosità del popolo e del re. Non quella ufficiale e riconosciuta che afferisce a Dio e alla Chiesa, ma quella trasversale e inconsapevole. In quest’epoca di celebrazione del libero arbitrio, dell’autodeterminazione, della libertà di pensiero di parola e di azione, identificare quali siano i luoghi di culto laico non riconosciuti non è un lavoro da poco. Ed è un lavoro pericoloso.

La Zanzara si abbatte con la clava sui mondi animalisti, a volte su quelli omosessuali, sui mondi dell’immigrazione e soprattutto dell’accoglienza agli immigrati, sul discorso sociale intorno al femminicidio, sulla difesa personale con le armi da fuoco e su altri ancora. Lo dico francamente: spesso sono infastidito dai toni, anzi quasi sempre. Ma bisogna distinguere il fastidio che sentiamo per il metodo da quello che sentiamo per il merito.

Il buffone è scurrile ma il fastidio che sento è davvero per il suo linguaggio? Non c’è in questo linguaggio qualcosa che mi dà ancor più fastidio, qualcosa che non voglio sentirmi dire, qualcosa che viola la religiosità laica e non consapevole del nostro tempo? Una perplessità su uno dei mondi citati sopra, per esempio, mi fa saltare i nervi ancor prima di averla sentita?

Ecco, La Zanzara, con la formula antica della strana coppia, che da Stanlio e Ollio a Peppone e Don Camillo e mille altri funziona sempre, va a sondare quella zona di noi allineata e coperta con la cultura dominante. Pochi, credo pochissimi degli ascoltatori che intervengono hanno idea di questo. Ce l’hanno senz’altro di più quelli che la ascoltano. La Zanzara è pura rappresentazione, come quella del giullare. Cosa pensi davvero Cruciani, cosa pensi Parenzo, non solo non è intellegibile ma è del tutto inutile saperlo. Incarnano due voci dominanti del paese e sdoganati dal gioco si permettono cose altrove impensabili. Sono maschere, sono la strana coppia.

Una cosa, però, voglio opinarla davvero in questo microscopico spazio. Non molto tempo fa intervenne Vittorio Sgarbi, come avviene talvolta. Parlò della sua vita sessuale sostenendo che non usava il profilattico perché statisticamente al primo incontro tra due organismi è molto difficile che si passi il virus dell’hiv. La miglior precauzione quindi sarebbe quella di fare sesso senza profilattico ma solo una volta con ogni donna. Sintetizzava questa brillante filosofia con la battuta “Toccata e figa”.

So che una trasmissione non deve necessariamente farsi carico dell’educazione sessuale degli ascoltatori. Ma questa cosa l’ho trovata di una gravità senza scuse. Un programma può essere ascoltato da chiunque e a qualunque età. La Zanzara ha la meravigliosa spregiudicatezza degli adolescenti che dicono quello che pensano, non sempre la saggezza degli adulti che pensano a quello che dicono. Idee di questo genere non devono essere messe in giro nemmeno per scherzo. Al di là del maschilismo insopportabile che manifestano, ma questo naturalmente è solo un parere. Una volta detta una cosa del genere si sarebbe dovuto chiamare un infettivologo, dargli spazio, recuperare. Perché il virus galoppa. Anche sulla stupidità. Lì ho sentito che nonostante i giullari, nonostante la rappresentazione, nonostante tutti i nonostante, la Zanzara aveva davvero perso la rotta.

Auguro comunque a ogni società umana, inclusa e forse prima assoluta la famiglia, di avere molto a cuore le proprie fogne, i canali di scarico in cui dire tutto quello che non va potendo sfogare, piangere, urlare, pestando i pugni quando necessario. Stiamo imparando a smaltire i rifiuti, abbiamo capito che sotterrarli e negarli non serve: ora li distinguiamo, li separiamo, li disponiamo. Dobbiamo cominciare a farlo anche con tutto quello che ci si muove dentro.

La gestione del vuoto in Manchester by-the-sea

È mezzanotte e trentadue. Lee è a letto ma non riesce a dormire. È appena morto suo fratello Joe e lui ne sta ospitando il figlio sedicenne – Patrick – dato che la madre è lontana da molti anni. Patrick ha portato con sé anche la sua ragazza. Sono nell’altra camera, lei dorme e lui scrive alla madre assente che il papà è morto. È un quadro di solitudine siderale. È notte nella vita di tutti questi personaggi.

La mattina dopo, Lee si informa con le pompe funebri per sistemare il funerale. Lonergan crea un quadro perfetto. Linea di fuga centrale dei muri e dei mobili della cucina. Lee a sinistra macchina e a destra la sedia vuota. L’elemento che sbilancia, che guasta la simmetria è l’assenza. È di questo che stiamo parlando.

Arriva la fidanzata di Patrick e si prepara la colazione. Sedendosi riempie il vuoto della sedia a destra ma nel contempo appoggia una tovaglietta anche per Patrick e questo ricrea un’assenza.

Poi Patrick arriva: è una macchia rossa che si staglia nell’inquadratura. Posa sul tavolo una tazza rossa che ne rinforza il volume. Patrick è l’emozione. Per quanto repressa, tenuta a bada, nascosta. Patrick ribolle di rabbia verso la vita e nemmeno lui sa quanto.

Al telefono continua la trattativa sul cadavere, finché la ragazza sgrida sottovoce Lee e lo manda di là. Non è giusto che Patrick senta questi discorsi sul padre. Lee non discute: si alza e si allontana continuando a parlare. E la ragazza fa un’affermazione di valori: non è possibile avere in testa solo le cose pratiche ed economiche. Ma l’elemento fondamentale della scena è lo spostamento del vuoto. Ora il vuoto è finito a sinistra macchina. Riguardando questi tre scatti è più facile capirlo.

Ecco perché Patrick e la ragazza sono quasi allineati, quasi impallati. Perché devono pesare nell’inquadratura quanto Lee, cioè quanto una persona sola. Adesso l’inquadratura è ribaltata e noi sentiamo che per Lee è impossibile sedere al tavolo con qualcuno. O c’è lui o ci sono gli altri.

Lee non ha scelto di andare di là: ci è stato mandato. È una struttura narrativa potente. Lui dovrebbe essere il responsabile. È il fratello del morto, è il più adulto, è il padrone di casa. Ma vince questa nuova coppia – che chissà se avrà un futuro – che già da subito definisce regole relazionali, codici di comunicazione. E che dà ordini. È il figlio che viene mandato di là in castigo se si comporta male a tavola, non il padre. E qui cominciamo a toccare il vero problema di Lee. Non essere mai diventato padre. È una cosa per la quale avere dei figli non basta. Ma la vedremo più avanti.

Rimane decisiva quest’assenza finale di Lee. C’è quasi un nesso causale tra inizio e fine della scena:

Non ci sono gli altri (inizio con sedia vuota a destra) perché non ci sei tu (fine scena, vuoto a sinistra).

E perché Lee non c’è? Perché, come dicevamo, sarebbe toccato a lui essere padre, protettivo, accudente. Ma Lee si occupa delle cose senza preoccuparsi delle persone. Si occupa di chi è morto ma non pensa a chi è vivo. Non è cattivo: proprio non lo sa fare. Si assenta, si occupa dei morti e viene cacciato dalla cucina. E non è l’unico a fare così in quel di Manchester.

Dall’allenatore all’avvocato ai passanti: nessuno si fa toccare dalla vita se appena può evitarlo.

Manchester by-the-sea è l’Universo dei padri mancati.

Casting – Appunti per giovani filmaker disperati

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Stai per girare il tuo cortometraggio. Forse è il tuo primo o forse ne hai già girato qualcuno. La tua ex ha visto i tuoi primi lavori e questo è il motivo per cui è la tua ex. Eppure la voglia di girare un film ti tormenta giorno e notte e non vedi l’ora di esprimere finalmente te stesso in un cortometraggio che darà il La alla tua folgorante carriera.

Hai lavorato tanto per trovare la sceneggiatura giusta per te. Hai avuto un’idea luminosa in una sera d’estate. Dio ti ha baciato con un’intuizione e tu hai convinto qualche amico sceneggiatore a metterla giù.  Nel corso del lavoro Dio ha baciato anche il tuo amico e quindi la storia si è modificata più volte, di rivelazione in rivelazione. E adesso la tua storia d’amore con eroe introverso è diventata un thriller metafisico con finale aperto. Hai affrontato lunghe ed estenuanti discussioni notturne per dissuadere il tuo sceneggiatore ma adesso ne sei convinto anche tu: la storia dell’uovo che diventa sodo in tempo reale, quei 4 minuti di zenitale sul pentolino che ribolle, danno al tuo film quei momenti di noia cosmica che ti garantiscono la vittoria a mani basse in più Festival dei Corti nazionali.

Per essere sicuro del premio, dedicherai il tuo film ad Abdul. Lo so, non conosci nessun Abdul, come ha provato a farti notare il tuo sceneggiatore. Ma tu lo dedicherai a tutti gli Abdul del mondo. E’ un po’ una favola, un po’ simbolico, un po’ provocatorio. Tu dì così che funziona.

Ma oggi sei lì. Devi trovare l’attore. Devi fare il Casting.

Non hai soldi quindi si presentano un sacco di giovani entusiasti. Dopo qualche provino cominci a sospettare che l’entusiasmo sia una meravigliosa qualità ma che non sia del tutto pertinente alla recitazione. E ti ritrovi in mezzo al guado: l’attore che sognavi non si è presentato. Forse non esiste. Forse somiglia a qualche star italiana o straniera, in ogni caso nessuno di quelli che gravitano nel tuo orizzonte somiglia vagamente a Sean Penn. E qui cominciano i dolori. Perché qui comincia l’infelicità.

E il cinema, per me, si fa con la felicità. La felicità non esclude la rabbia, non esclude il dolore, non esclude la tristezza. Non si tratta necessariamente di storie felici ma della felicità di raccontare storie. Il punto è che la situazione produttiva non ti consente di fare quel che avevi in mente. Quindi adesso il discorso si sposta sull’importanza di quel che avevi in mente così come ce lo avevi in mente.

Non c’è mai nessuna negatività nelle situazioni come si presentano. La negatività è data dal confronto tra la situazione che abbiamo e quella che sognavamo. Questo confronto ci impedisce di entrare in relazione con le cose come stanno con libertà. Ci spinge a rimuginare, a rimpiangere, a recriminare, a protestare. Invece fare un film è danzare. Danzare con gli incontri che si fanno. A 360 gradi. La tristezza non nasce dal fatto che non hai le luci che volevi, ma dal fatto che non ti poni l’unica domanda sensata per un filmmaker che lavora senza produzione: in che modo la mia storia, in che modo il dramma che voglio raccontare, in che modo il tema profondo della mia scena possono vivere e brillare in questo spazio che è fatto così, in questo tempo che c’è oggi, con questa attrice che ha questo naso, questa voce, questo talento e questi difetti?

Fare un film è scoprire cosa accade mentre incontriamo la vita. Lavorare poveri, senza produttori, senza troupe, senza distributori, senza le mille infrastrutture che un film vero e proprio per forza di cose richiede, ti spalanca una dimensione paurosamente libera. Sei tu. Povero in canna. Di fronte alla vita che vuoi raccontare. Semplicemente fallo. Come una festa.  Quindi come puoi approcciare un attore al tuo Casting?

Incontralo. Veramente. Incontralo come essere umano. Quando entra alzati, stringigli la mano, sorridi. Viene quasi gratis e tu non sei nessuno. Come dici? Sei già un po’ famoso? Ecco allora se sei un po’ famoso e quando entra un attore non ti alzi, ti confermo che non sei nessuno. Può essere il peggior malintenzionato del pianeta, ma in questo momento gli devi riconoscenza. Lo so, una marea di registi famosi e meno famosi non si alzano, rimangono seduti là dietro la loro scrivania. Spesso prendono qualche appunto o scrivono al cellulare mentre qualcuno prende le generalità dell’attore. Troverai chi ti dirà che devi farti rispettare e che non devi dare confidenza agli attori. Ma come tu ti comporti, così il tuo set diventa. Stai là dietro e giudichi? Ok, sarà una scuola o un tribunale. Ti alzi, saluti e sorridi? Sarà una famiglia, o un gruppo di lavoro, o un’amicizia. Il posto parla come parli tu.

Ascoltalo. Veramente. Ascoltalo nelle cose che dice e in quelle che non dice. Dirà delle parole per presentarsi, ma dietro alle parole c’è la persona che le dice. Negli occhi, nelle piccole cose che fa con le mani mentre parla con te. E poi ascoltalo come attore. Mentre recita. Questo è fondamentale. Ho visto troppi filmaker che non ascoltano davvero l’acting di un attore. Non osservarlo per vedere se e quanto coincide o si discosta dalle tue indicazioni. Ascolta il suo modo di capire la storia e il suo personaggio. E’ come per le location: può la tua storia vivere attraverso il suo corpo, la sua voce e le sue emozioni? Forse sì, ma quasi sempre a determinate condizioni. Se confronti quel che hai con quel che volevi lo chiamerai compromesso. Se ti apri a quel che incontri lo chiamerai sorpresa.

Aiutalo. Veramente. Lo so, anche questa cosa sarebbe ritenuta una follia presso le nostre produzioni di punta. Mi cacceranno dalle scuole in cui insegno per quello che sto per dire, ma aiutare un attore non significa aiutarlo a fare quel che vorresti che facesse. Significa aiutarlo a entrare nella sua relazione libera e profonda, autentica, con il testo. Perché tu non metti in scena il tuo film. Tu sei solo un filmaker e il filmaker organizza relazioni secondo uno sguardo. La tua regia è tutta lì. E’ solo uno sguardo. Ma tutto è uno sguardo, quindi capisci? La tua regia è tutto. Perciò l’attore migliore non è quello che somiglia a un’idea precostituita che avevi – magari sublime – ma quello che la rompe, perché è vero, perché accade lì. Cerchi o no la scintilla? E allora sappilo: qualunque scintilla nasce da un attrito.

Ringrazialo. Veramente. Ho visto troppi filmaker giovanissimi non salutare, non ringraziare, non stringere la mano, non alzarsi nemmeno in piedi quando un attore va via. Facciamo due conti su che cosa fa un attore? Un attore dà la vita – la sua – a un personaggio di parole inchiostrate. Con più o meno talento, con più o meno esperienza, dà la vita ai tuoi sogni. Il senso di quel che avviene è tale che indipendentemente dal tuo gradimento per lui ti devi alzare in piedi e lo devi ringraziare col cuore. Non è facile stare sotto quei fari con la videocamera che ci punta. E poi ringrazialo perché anche se la sua versione non ti è piaciuta, ti ha offerto un’altra versione oltre la tua. Ti ha lasciato un contributo per guardare con occhi nuovi. Se non dai valore tu al punto di vista, chi lo deve dare?

Devo scusarmi con te, caro filmaker. Perché non ti ho detto nessuna delle cose davvero essenziali. Che cos’è un’indicazione. Come darla. Quando darla. Ma ne so poco anch’io. Nel frattempo sono certo che avrai trovato il tuo attore. La zenitale è pronta. Quattro minuti a picco sopra il pentolino. L’uovo è diventato sodo. Mangialo in pace. E inizia a risparmiare: devi ricomprare l’ottica che si è fusa sul fornello. In bocca al lupo sempre.

 

La storia degli errori

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La carcassa giace riversa sulla pancia. 35.000 metri quadrati di cemento armato senza porte, senza vetri, senza parapetti. Lo scheletro respira dai fianchi spalancati. Dentro e fuori dall’immenso cadavere formicolano circa 250 esseri umani. Rumeni, marocchini. Con taniche d’acqua, sacchetti di plastica troppo pieni, borse.

Su un pilastro è scritto con la vernice spray: Non è bello ciò che piace ma è bello bello bello.

Tutti i pilastri del portico deserto recano scritte. Rimango a guardarle una per una, parole spruzzate dove nessuno le leggerà mai. Film mai fatti. Intuizioni perdenti e bellissime.

L’edificio è un progetto abortito negli anni ’90.

Quel decennio si apre con me che sostengo un buon esame di letteratura greca e che provo vanamente a tradurre a prima vista Omero perché avevo letto male e non sapevo che fosse in programma.  Annuso la corrente gelata di questo momento sotto il portico. Ma che c’era di sbagliato nell’aria degli anni ’90 ?

Quasi 30 anni di rigor mortis insepolto nel cuore del parco sud. Questo edificio è una memoria. Quando verrà ristrutturato bonificato ed evacuato, avremo un quartiere migliore e un pezzo di storia in meno. La storia degli errori. Accarezzo con gli occhi i muri di questo scempio. La bruttezza non fa finta e la puoi toccare davvero.

La salma del mostro sta intanata oltre un prato, qualche decina di metri lontano dal bordo strada. Di notte la luce dei lampioni non lo tocca. Di notte chi passa di qui si orienta come in mare: con le stelle. Se la forza di questo buco nero non lo risucchia.

A Ottobre 2015 toccò a Fabio venire qui in cerca di droga. Volò nella tromba dell’ascensore non costruito.

Nel prato davanti all’edificio ci sono funghi enormi. Deformi. Affiorano dall’erba con un colore malato. Questo posto produce cadaveri.

Poco oltre il mostro c’è un parchetto.

Ho girato due scene sotto quegli alberi. Per farlo ho camminato su un tappeto di profilattici.

Ho camminato anche sopra i cadaveri sepolti dei pentiti al Parco delle Groane per girare una scena con un gruppo di tossici. Uno di loro me ne svelò la presenza, ignota anche alla polizia.

Dieci anni di lavoro nel fallimento e nel buio. Toni che prega di non lasciarlo uscire dall’ospedale e quando lo mandano via si sdraia su una panchina del parco e si fa l’overdose finale. Mauro che viene al mio matrimonio e due mesi dopo lo trovano impiccato con le vene tagliate. Angelo che perde un occhio per una bottigliata in discoteca. Maurizio che esce dal carcere, fa un figlio e torna in carcere. Tutti ragazzi mai arrivati a uomini, vite spruzzate su questi pilastri. Tutti in scena in “Conchiglie”, lo spettacolo che ho portato al Portaromana.

Il Portaromana. Venduto, distrutto, sostituito da box.

Questo edificio è stato battezzato un pugno nello stomaco della città.

Tutto intorno al mostro si ramifica il suo esoscheletro di tubi innocenti. Tre gru. Altissime. Immobili sotto la luce definitiva dell’alba.

Dall’altra parte della strada, un piccolo parco senza erba. Ruspe tra gli alberi. Residui di capanni, tettoie di eternit, pezzi di mobili. Frammenti di un’evacuazione recentissima.

Lo spazio si apre dopo le epurazioni e asciuga le muffe dei capanni divelti. Si apre anche dentro di me. Un nuovo spazio per ricostruire. Per riprovare.

Idee che escono dalla verità delle cose come semplicemente stanno.